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22904 Num. 22904
Vi ricordate l’anno scorso, quando dal 6 Giugno al 31 Luglio la cartamatta fu Estate – Vai anon, diventa una leggenda? Pochi giorni dopo l’apertura di questa, conobbi una ragazza a una conferenza sulle merendine alla quale m’ero infilato per ridere. Laureanda in quella materia, 8/10, più vicina ai trent’anni di quanto non sia io ai venticinque; lei di un piccolo paesino, io della città.
Ho continuato a rimandarne la cronaca sulla cartamatta sia per scaramanzia, sia perché la cosa tardava a prendere un aspetto definito. Sono anon, sono ansioso a parlare colle femmine, se non avessero inventato le chat non credo avrei neanche avuto possibilità.
L’ho corteggiata per un anno, tardando moltissimo a manifestare le mie intenzioni. Il mese scorso, ci ho perso la verginità.
Voglio raccontarvi la storia perché me l’avete chiesta, e sarebbe un modo giusto per riequilibrare tutti i post al riguardo che avrei potuto fare. Sia mai che a scriverne e leggerne non riusciamo a impararne qualcosa.
Sarà cosa lunga perché è brutto quando questi racconti non sono prodighi di dettagli.

Nomi, luoghi, automobili e tatuaggi sono stati cambiati per evitare spottaggi.
Sappiate però che si svolge attorno a una grande città del centro Italia.
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>> Num. 22935 quick reply
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22935
>>22932
Kek, sei bravo. Va bene anon, ho perso.

>>22933
Ti ringrazio, ne sono contento :3
Se però vi racconterò qualcosa in futuro, vi rassicuro, saranno aggiornamenti brevi e concisi -ormai il fatto interessante lo sapete, e /bi/ non dovrà diventare il blog sulla mia vita feffuale.
Mi chiedo se quest'anno vivrò in maniera diversa il Settembre.
>> Num. 22936 quick reply
>>22931
secondo me riesci ad essere un essere umano più sgradevole di Chobeat, senti un po' cosa ti dico.
>> Num. 22937 quick reply
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22937
Quelli come OP hanno paura, molta paura. Paura di non essere come gli altri. Paura di venire giudicati. Paura di essere inferiori agli altri.
Paura di non potercela fare.

Ma la vera paura é l'assenza di speranza!
>> Num. 22941 quick reply
>La mano è piena di squalene quando la penetro colle dita.
>SQUALENE
MA CHE CAZZO DI PORCODIO STAI DICENDO RAZZA DI BESTIA RITARDATA IGNORANTE COME LA MERDA?
Ciprina, è la ciprina il bagnato di figa spastico del cazzo che cercando di parlar forbito fai solo figure da cioccolataio.
>> Num. 22942 quick reply
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22942
>>22941
Anon, calmati, spegni il culo. Mi dispiace che tu non abbia capito, ma non mi sembra il caso di reagire così. Era una battuta semiseria, un modo di dire, un riferimento alla miriade di articoli tutti uguali che si ripetono sui siti per normofroci:
>15 cose che non sai sulla vagina
>i segreti della vagina
>10 motivi per cui una vagina è come uno squalo
Tutti a parlare dello squalene secreto dall'organo femminile dell'amore. Basta gugolare «squalene vagina» e troverai tutti i risultati che ti servono.
Insomma, una cosa buffa che mi è venuta in mente mentre mi guardavo il liquido di cui mi sono trovata impiastricciata la mano.

Su, dai, ci sono mille motivi per attaccarmi, ma il modo di scrivere non mi pare proprio fra questi.
>> Num. 22948 quick reply
Bella storia op. Mi è piaciuto leggerla.
>> Num. 22949 quick reply
>>22942
>ma il modo di scrivere non mi pare proprio fra questi.

Scrivi come un autistico che sta scrivendo una cosa a metà fra il fantasy ed un testo scientifico. Non puoi scrivere "mano piena di squalene" per descrivere la tua prima esperienza sessuale ed essere preso sul serio.
>> Num. 22950 quick reply
È inutile che provi a fare damage control fingendo improbabili riferimenti ai normies ed ai clickbait loro indirizzati.
>> Num. 22951 quick reply
Dunque OP, tu mi provochi sentimenti contrastanti. Ho apprezzato molto il racconto e l'ho letto tutto di gusto. Forse mi ricordi un po' me da giovane non lo so. In ogni caso tante volte mi hai fatto venire voglia di buttare tutto in aria e di rispondere con un "vaffanculo hipster di merda finiscila con la musica di merda e le citazioni" oppure "io ho perso la verginità a 14 anni non capisco di cosa ti vanti". Eppure non ce l'ho fatta perché per qualche motivo la tua storia è interessante e mi sembri una persona onesta.
Mantienici aggiornati, vorrei leggere di più di questi report.
>> Num. 22988 quick reply
Op mi hai fatto passare qualche minuto in un'oceano di noia in questa domenica lenta.

Comunque non ti preoccupare di quello che dicono gli altri anonimi, in questa relazione non sei tu il cuck, al massimo puoi essere il bull.

Pero' e' possibile che questa donna ti usi un po' come un toyboy, un giocattolo che va bene finche' non si stanca. Secondo me non dovresti contarci molto.

Quello che ti posso dire e' che io a 20 anni scopai una tipa di 30 o 35 anni, che comunque si era lasciata da poco con il suo fidanzato e che stava comunque con un'altra persona.

Era una tipa che stava molto lontano e ci incontrammo a meta' strada. Ai tempi ero solo un ragazzino e avevo in testa cose, alla fine me la trombai una volta sola e la cosa si estinse perché' doveva essere cosi'. Ci rimasi veramente veramente male ma se ci ripenso adesso, penso che sia stata la cosa migliore.
Quello che mi provoca un po' di rimpianto e' di non aver perduto la verginita' con una persona che mi amava o comunque che avrebbe voluto costruire una cosa piu' seria e che non seppi mai cosa lei abbia mai pensato o provato veramente di tutta la storia. Se alla fine ero solo un ragazzo stupido da una botta e via o se un po' di bene me lo voleva pure lei.

>>22924
Ti dovevo rispondere perché' ho a casa dei vecchi Linus (ma proprio vecchi) e c'erano a casa articoli su democrazia proletaria e di estrema sinistra. Mi viene la tristezza a pensare che ora siano renziani.
>> Num. 22989 quick reply
Op mi hai fatto passare qualche minuto in un'oceano di noia in questa domenica lenta.

Comunque non ti preoccupare di quello che dicono gli altri anonimi, in questa relazione non sei tu il cuck, al massimo puoi essere il bull.

Pero' e' possibile che questa donna ti usi un po' come un toyboy, un giocattolo che va bene finche' non si stanca. Secondo me non dovresti contarci molto.

Quello che ti posso dire e' che io a 20 anni scopai una tipa di 30 o 35 anni, che comunque si era lasciata da poco con il suo fidanzato e che stava comunque con un'altra persona.

Era una tipa che stava molto lontano e ci incontrammo a meta' strada. Ai tempi ero solo un ragazzino e avevo in testa cose, alla fine me la trombai una volta sola e la cosa si estinse perché' doveva essere cosi'. Ci rimasi veramente veramente male ma se ci ripenso adesso, penso che sia stata la cosa migliore.
Quello che mi provoca un po' di rimpianto e' di non aver perduto la verginita' con una persona che mi amava o comunque che avrebbe voluto costruire una cosa piu' seria e che non seppi mai cosa lei abbia mai pensato o provato veramente di tutta la storia. Se alla fine ero solo un ragazzo stupido da una botta e via o se un po' di bene me lo voleva pure lei.

>>22924
Ti dovevo rispondere perché' ho a casa dei vecchi Linus (ma proprio vecchi) e c'erano a casa articoli su democrazia proletaria e di estrema sinistra. Mi viene la tristezza a pensare che ora siano renziani.
>> Num. 22990 quick reply
OP dico solo che la tipa é una troia.
Non farti pare mentali sul con chi vai la prima volta, ci sará un motivo se l'ultima volta é sempre meglio delle precedenti. L'importante é farlo e prendere esperienza, il resto sono cazzate adolescenziali.

Momenti cringe come giá detto sopra quando hai annunciato a tuo padre che hai scopato e in generale ogni volta che dici "minkya io nn mento mai".
>> Num. 22991 quick reply
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22991
>>22988

sono l'anon che quoti, pensa che mio papà mi ha passato tutta la sua collezione di linus, dal '65 al '71. E niente, è uno dei regali piu belli che mi potesse fare: tutte le tavole di valentina, lil abner, dropouts, Bici, quei fumetti metafisici strambi tipo il Conte di Latta.. bellissimo
>> Num. 22993 quick reply
>>22991
Io ho volumi un po' a caso, quindi non si riesce a seguire una storia intera.
A volte mi leggo le tavole dei fumetti americani vecchi, con la critica a Regan.
Franz di Altan e' una delle mie strisce preferite e purtroppo non ce l'ho completa.
>> Num. 22996 quick reply
>>22991
Lo leggeva anche mio papà ma io ero troppo piccina per capire la maggior parte dei fumetti quindi leggevo solo Calvin & Hobbes. Credo che non sia sopravvissuta nemmeno una copia, che peccato.
>> Num. 22997 quick reply
File 146819445772.jpg - (373.95KB , 900x1206 , conte_tavola.jpg )
22997
>>22991

pardon, era il conte di piombo , sbagliai metallo
>> Num. 22998 quick reply
Capitan Ansepix e le lattine di CocaLoca giganti
>> Num. 23061 quick reply
Novità op?
>> Num. 23062 quick reply
>>23061
Numerose: sia interne sia esterne.
Le raggranellerò in un racconto coeso quando saranno definitive, fra una dozzina di giorni.
>> Num. 23063 quick reply
>>23062
Dai dai aspetto the cuckolding parte 2
>> Num. 23065 quick reply
>>23062
>fra una dozzina di giorni.
Sempre tempi lunghi, tu.
>> Num. 23208 quick reply
File 147197411672.jpg - (1.41MB , 5743x3376 , Anello e fiamme.jpg )
23208
Una settimana fa
Ho rimandato tanto la scrittura, ché non m’è mai parso di aver raggiunto una situazione abbastanza definitiva da poter essere riassunta. Non che ora ci sia, questa completezza, ma non vedrò (e se tutto va bene non sentirò) Eliana per quasi altre due settimane: questo iato è un’ottima occasione per tirare le somme.
Sono nella vecchia casa. Fa freddo, fra le montagne. Eliana è al mare col suo ragazzo.
Da cinque giorni ho al collo un nastro di seta, cui ho fissato un anello di Eliana. L’ho trovato sulla mensola della mia stanza, rientrando dall’averla accompagnata a casa. Ha operato a mia insaputa uno scambio col mio primo soldatino di piombo. Un regalo di mio padre. Non mi è andata subito giù.
Mi piacerebbe poter dire che è stata la prima persona a venire a casa mia, ma non è così. Ho tenuto su le impalcature di un muro incorporeo per tutta la vita, ed è stato oltrepassato giusto tre settimane prima che lei fosse ammessa nel mio sancta sanctorum. Avevo invitato da me un collega. La prima persona a venire a casa mia è uno stronzo sfaticato immaturo e indolente, che detesto intimamente. Come c’era da aspettarsi, non abbiamo combinato quasi nulla per tutto il giorno. La settimana dopo siamo stati impegnati, poi lui è partito per Amsterdam. «Spero di potermi mettere per strada a fare le caricature alla gente.»
Due giorni dopo, è venuta Federica.
Mi aveva contattato, di punto in bianco, una settimana dopo la perdita della mia verginità. È curioso che le due persone che hanno spezzato il cuore, rispettivamente a me e a Eliana, si siano rifatte vive nello stesso periodo. Eliana ha sfanculato presto il suo Giorgio, che s’è poi scoperto essere un amico del mio vicino di casa: sono stato alla seduta di laurea di quest’ultimo, e c’è una foto di gruppo in cui sorrido accanto a Giorgio, il collo ancora marchiato da un succhiotto di Eliana del giorno prima. Non ho detto niente.
A Federica io avevo già dato il mio addio per sempre a Dicembre, e quindi ho colto quest’occasione per vendicarmi e frantumarle il cuore, più aspramente di come lei calpestò il mio. La prima telefonata, piena di silenzii, è durata quattro ore. Ero stanchissimo dalla mattinata di sesso con Eliana, e avevo appena la forza di dileggiarla e non attaccarle in faccia. S’è incaponita che voleva essere la mia fidanzata e venirmi a trovare il prima possibile.
A fine Luglio pioveva. Le ho ripetuto mille volte di non venire, per preparare solido terreno al senso di colpa. Sono andato a prenderla alla stazione, l’ho portata a casa, sono rimasto gioviale per tutto il tempo, lei mi ha abbracciato all’improvviso, e la sua estrema pudicizia manifestatasi al mio cercarle l’orlo della gonna ha solidificato quanto penso di lei: è una persona noiosa.
Le ho strappato qualche bacio, naturalmente senza un accenno di lingua e senza che lei muovesse un muscolo.
Ho passato gli ultimi anni della mia vita a rinsaldare le fondamenta del mio ricordo, di lei e del nostro unico bacio, dannatamente romantico; quante cose cambiano coll’esperienza.
Di questi sentimentalismi, che prima mi erano tanto cari per come definivano ogni aspetto della mia vita, ogni atteggiamento e considerazione del prossimo, rimane solo un’immagine demolita: di Federica, alla luce delle mie esperienze, oggi vedo solo la tediosa timidezza terrona, la ristrettezza mentale di chi esige che gli altri si adeguino totalmente e senza compromessi, le turbe di chi a venticinque anni ha fatto sesso con una sola persona, di chi non ha mai apprezzato l’amplesso e non s’è mai masturbata.
A volte faccio fatica a conciliare mentalmente le due immagini di lei, prima e dopo il nostro ultimo atto, quasi come fossero due persone diverse.
Io me ne stavo quindi allegro a cucinare la pasta al tonno, mentre Federica piagnucolava chiusa nel mio bagno. Ne è uscita infine per abboccare di malavoglia la forchetta, e per tentare altre suppliche in quel che ci restava del pomeriggio.
Pian piano mi sono fatto strada sino al carezzarle le mutandine, e a scoprirle e massaggiarle un capezzolo. Un cadavere avrebbe risposto di più.
L’ho riportata alla stazione, mentre mi ripeteva la sua nenia sul ripensarci e farle sapere, e l’ho mollata in mezzo alla strada con un bacio violento. Come mi sono sentito bene.
Il sesso mi ha cambiato. Sono stato cattivo con Federica e, sebbene sia stata una cattiveria legittima come quella del crociato sul selgiuchide, non ne sarei stato capace appena un mese prima. Non solo perché ho fatto sesso, ma sesso fedifrago.

Il primo Agosto abbiamo organizzato una pizza fra colleghi: ho fatto notare che quest’occasione è tornata a un anno esatto di distanza dall’ultima, e Luigi se n’è molto divertito.
Alessandro ha passato tutta la serata a chiedere «Chi viene a mare, dopo?» e io tutta la serata a ripetere la mia disponibilità e il mio entusiasmo. Un’altra cosa che un mese prima non avrei osato: ho fatto il mio primo bagno a mare dopo nove anni il giorno prima di perdere la verginità (Luigi l’ha chiamato «un atto psicomagico»), e mai sono stato al mare di notte.
Nessun altro però s’è fatto avanti, quindi saremmo rimasti solo io, Alessandro, e la pollastra che lui si stava portando dietro. A malincuore, ho chiesto consiglio a un Emilio drogato e ubriaco, e lui mi ha confermato quanto sentivo: mi sono tirato indietro.
Per risollevare la serata, appena Alessandro se n’era andato, è stato messo in mezzo un pallone ed ecco improvvisata una partita di calcetto in piazza alle tre di notte. Una dozzina di drogosbronzi sono sbucati all’improvviso, e mi sono tolto la camicia perché ero nella squadra di quelli a torso nudo. Grande sudata. Abbiamo perso nonostante il vantaggio numerico.
Mi ha riaccompagnato a casa un conoscente di Emilio, ubriaco e strafatto. È stata la prima volta che ho accettato un passaggio in macchina da qualcuno che non avrebbe mai superato un controllo.

Il sesso ha cambiato tutto, fra me ed Eliana. La nostra maniera di dirci e rapportarci è cambiata in modi radicali e imprevedibili. Apertura, coordinazione, e tanta confidenza. Abbiamo iniziato a conoscere i lati negativi l’uno dell’altra. Non corro più il rischio di idealizzarla.
Abbiamo continuato a scriverci praticamente ogni giorno, e ci siamo visti almeno una volta alla settimana. Una mezza dozzina di incontri a casa sua, di mattina, nella sua stanza, in cui tutto è gravitato attorno al suo letto. L’abbiamo fatto almeno due volte ogni volta, nel nostro tempo dalle 9:00 alle 13:00. Di regola, la prima volta io vengo piuttosto presto, la seconda veniamo assieme o con un breve sfasamento. I preservativi ritardanti sono inutili. A volte cerca di spiegarmi come funziona il corpo femminile, o di correggere la mia posizione; ma appena mi muovo un poco non riesce più a parlare, quindi io vado a tentativi finché i suoi mugolii non salgono a diventare urla e poi silenzii vibranti. Poi lancio una monetina per sapere se mi troverò davanti l’Eliana allegrona o l’Eliana funestata e meditabonda, il cui mantra eterno è «Perché con te vengo?»
M’ero sbagliato: l’unica altra persona che sia stata in grado di farle avere un orgasmo vaginale non è il suo attuale ragazzo. Non vuole dirmi chi fosse (sospetto di Giorgio), ma il punto è che è cosa assai rara e complicata –per non parlare del venire assieme. Io non so come sentirmi, anche perché un orgasmo clitorideo ancora non sono riuscito a darglielo; la fica ha un sapore strano e non riesco a capire le sue reazioni quando sono laggiù.

In breve: parliamo sempre di più, quando siamo faccia a faccia, e non abbiamo resistito agli impulsi sessuali ogni volta che ci siamo visti. Nemmeno una mattina che credevo lei avesse il ciclo e non avevo portato dei preservativi: l’abbiamo fatto senza e io sono venuto in tempi record.
>> Num. 23209 quick reply
Una sera sono andato a prenderla e l’ho portata in un posto panoramico della città. L’ultima volta che c’ero stato era deserto; oggi è diventato un punto di ritrovo.
Sdegnando i borghesucci truzzoni, abbiamo passeggiato sino a trovare un minuscolo parchetto in mezzo ai palazzi: due panchine e una fontanella rotta. È diventato il nostro intimo angolo per tre ore; ci torneremo.
C’eravamo messi d’accordo su una vaga idea di non scopare, ma sulla strada verso casa sua ci siamo lasciati trasportare. È stato bello guidare sulla superstrada con lei appollaiata sul mio sedile, a piedi nudi, arrotolandosi una sigaretta.
Mi ha allungato addosso le gambe e m’ha chiesto, con fare inquisitorio
«Non sarai mica un feticista?»
E io, che non volevo passare per pervertito o sentirmi associato a quel malato di piedifag
«Eh? No, no, che dici…»
«Davvero? Io tantissimo!»
Quindi le ho carezzato il piede che mi massaggiava il pacco, piano, a risalire; e ho avuto poi una delle erezioni più forti della mia vita mentre avevo una mano sul volante e una dentro di lei.
Siamo finiti a farlo ugualmente, nel buio davanti casa sua, sui sedili posteriori della mia Panda vecchio tipo.
Prima però l’ho fatta venire colle dita, e lei mi ha fatto un pompino. Venire nella sua bocca, per qualche secondo, mi ha dato alla testa e non ho capito più niente. Piacere misto a dolore.
È strano quando ingoia: una vita di masturbazione mi ha abituato a disfarmi del mio sperma subito dopo l’orgasmo. Così, invece, sparisce comodamente e io mi sento la vittima di un gioco di prestigio.

Un’altra volta l’ho portata al parco.
Quella sera davvero ci siamo comportati da fidanzatini, in barba a quale fosse la prima ammonizione che mi diede appena la baciai.
L’ho riaccompagnata a casa e, nonostante fossimo entrambi molto eccitati e avessimo toccato molto spesso l’argomento quella sera, davvero non abbiamo scopato. Lo volevamo entrambi, ma ce lo dovevamo. È stato giusto così.

È venuta a casa mia cinque giorni fa. Sono andato a prenderla con quarantacinque minuti di ritardo, perché ero preso dalla smania di controllare che ogni cosa fosse pulita e in ordine.
Questa era davvero la prima volta che a casa mia è venuto qualcuno a cui tenessi. Qualcuno che speravo sorridesse all’umorismo di certe cose appese nella mia stanza.
La mia camera è il mio mondo, e farla entrare ha richiesto un ovvio atteggiamento di gravità e ironia.
Abbiamo passato insieme dieci ore, dandoci come termine il tramonto.
Abbiamo fatto sesso tre volte prima di pranzo. Le ho fatto qualche nuova foto.
Fra la seconda e la terza scopata sono andato un po’ in panico, perché lei non era riuscita a venire nessuna delle due prime, o ad eccitarsi quanto necessario, o a «sentire alcunché». Valli a capire i feedback delle donne.
Quindi mi ha bendato e ha fatto tutta una serie di giochetti eccitanti che sono ultimati in una scopata in cui siamo venuti entrambi.
«Il sesso è tutta testa» ha commentato scendendo dal mio uccello. Ho tenuto per me considerazioni colle quali mi sarei mostrato in disaccordo.

Le ho cucinato la pasta al tonno, come a Federica. Il pomeriggio è scivolato via tranquillo, e troppo in fretta. Ogni tanto il ragazzo la chiamava, ogni tanto Eliana m’imponeva il silenzio perché a telefonarle era un’amica. Dice che mi ha nascosto un biglietto in camera, ma ancora non l’ho trovato. Forse mi sorprenderà fra dieci anni, quando mi deciderò ad aprire uno dei libri che sulle mie mensole fanno tanta scena.


È stato semplice, naturale. Non era quasi mai stato normale, lo stare assieme; il tenersi per mano, il baciarsi in pubblico, il sedersi sulle mie gambe. Il dirci le cose: ora so più di lei e dei suoi amici che non incontrerò mai, di quanto lei sappia di me.
Abbiamo spremuto ogni goccia di tempo e abbiamo fatto di nuovo l’amore prima del calar del Sole. Lei una volta disse che non aveva mai usato l’espressione “fare l’amore” prima di conoscermi. Non so quanto crederle. Insistette su quanto questa cosa fosse vera pure dopo avermi rivelato la sua grande bugia: che quella che vive adesso col suo ragazzo non è una storia da poco, ma dura da sei anni. Non capii subito quanto questa cosa fosse grave, quanto andasse a ridefinire ogni nostro momento assieme e metà delle cose che ho pensato l’anno scorso.
Abbiamo guardato il Sole morire e siamo scesi subito. Mi sono accorto che, durante il giorno, gli operai avevano finito e smontato tutto. Sono cinque anni che duravano i lavori di ristrutturazione, e lei viene per la prima volta a casa mia proprio nel giorno in cui tolgono le impalcature.

L’ho accompagnata a casa nel crepuscolo, sono tornato col buio.
Mia madre m’ha telefonato per avvisarmi di un rientro inaspettato, quindi ho corso e mi sono dato al ripulisti più veloce della storia: dalle scatole di profilattici per terra alla cucina in disordine, dai preservativi in bella vista (e olfatto) nelle pattumiere ai mozziconi di sigarette. Mai avrei creduto che in vita mia sarei finito a spruzzare deodorante in un cestino dell’immondizia.

Durante quest’impresa titanica, chattavo con Eliana e ascoltavo il tema del Benny Hill Show.
Dopo, mi sono accorto dello scambio dell’anello. Una morsa al diaframma, quando mi ha mandato una foto del soldatino sulla sua scrivania.
L’indomani notte ci siamo salutati per questa pausa di due settimane e più. Lei si dice preoccupata di quanto possa cambiare in questi giorni, sapendo quanto è cambiato in dieci ore.
Ho allacciato l’anello al nastro di seta e l’ho portato con me sulle montagne.
>> Num. 23210 quick reply
  Speravo di riuscire a lavorare, in questi giorni, ma sono stato sempre distratto e sempre procrastinatore.
Per un solo giorno abbiamo avuto i cugini qui con noi, e ci è venuta l’idea di organizzare una nostra Olimpiade.
Tiro alla fune, discesa col carroccio, lancio del giavellotto, salto in lungo, getto del peso, tiro con l’arco, e infine una maratona a risalire tutta la ripidissima collina. Punteggi individuali e una sola classifica alla fine.
L’abbiamo vissuta molto seriamente, più fra tutti io e mio fratello Giovanni, e divertendoci.
Finché si è trattato di prove di forza e coraggio, io sono arrivato sempre primo –e primo sono rimasto nella classifica generale per tutta la gara. Sino alla maratona, alla quale abbiamo partecipato soltanto io, Giovanni e mio cugino. È certo piacevole battere il cuginetto di un metro e novanta cintura nera di karate, con tutte le sigarette che mi fumo, ma Giovanni (che gioca sempre a calcetto) è sparito dalla mia vista mentre io arrancavo per la salita, sentendomi privo di fiato in un modo che era al di là della mia immaginazione, così totale e senza appello.
La mia corsa è durata un minuto e quaranta, trenta secondi più di Giovanni, che poi ha passato mezz’ora a vomitare. Ha vinto lui.
Mi infastidisce essere l’eterno secondo di mio fratello maggiore. È sempre stato lui quello alto, capace, normale, lui colle ragazze e gli amici, lui laureato e con un futuro davanti a sé. Io sono quello intelligente e sveglio, ma nessuno dà riconoscimenti per questo genere di cose.
Sono rimasto di malumore per due giorni. Credevo di poter vincere.
L’indomani, a pranzo, mia madre continuava a dileggiarmi «Ti brucia, eh? Ti brucia essere arrivato secondo, eh, ti brucia!» Le ho detto di smetterla una dozzina di volte poi, senza nemmeno rendermene conto, le ho tirato un debole schiaffetto. Nulla che potesse averle fatto male, poco più di una carezza colle nocche, ma il gesto ha calato il gelo sulla tavola. Sono scappato via e nessuno me l’ha perdonato.

Dovremmo consegnare il lavoro a metà Settembre, e sono certo che non ci sia abbastanza tempo. Credevo l’aria di montagna m’avrebbe stimolato, mentr’invece la pace di questi luoghi non fa che amplificare ogni minimo fastidio. Mi alzo ogni giorno a ora di pranzo, e i pomeriggi scivolano via prima che possa accorgermene. Qui c’è sempre qualcosa da fare, e papà non mi lascia volentieri seduto davanti al computer a lavorare. Quando ci riesco, passa sempre ben sudato a lanciarmi delle frecciatine.
Faccio qualche giro fuori al buio e qui le notti sono maestose e terribili, la Luna piena splende tanto che si potrebbe leggere alla sua luce, i lupi ululano nel bosco e i cinghiali scalpitano; le montagne negano l’orizzonte ergendosi come mostri neri impassibili.
Eliana mi scrive per SMS che vuole condividere con me una cosa divertente, io non le rispondo. Mi chiede cosa cambi in cinque giorni, io non le rispondo.
Faccio delle fotografie al suo anello: di fronte alla vallata, attorno al disco della Luna, davanti alle fiamme.
Devo ammettere a malincuore che non mi dispiace lo stare lontano da lei per un po’, e che il suo anello al collo a volte è un fastidio –e solo raramente fonte di sogni ad occhi aperti.
Non saprei dire se è perché il sesso è più complicato di quanto mi aspettassi, se l’essere troppo diversi stia infine facendo sbocciare la noia, o se è perché mi sento l’idiota incomodo e lo svago dalla sua vera relazione. Quest’ultima analisi credo sia tuttavia la meno fondata: lo so e me l’ha detto, che le piaccio un sacco.
La mia unica paura è che un giorno io arrivi al punto di chiederle di lasciare il suo ragazzo, e che lei possa accettare. E io, giovane disadattato e inesperto, finisca col non essere all’altezza e renderla infelice.



L’indomani
È difficile tenere costantemente a mente quanto la mia visione del mondo sia cambiata colla perdita della verginità. Davvero ho iniziato a cogliere dei codici sottocutanei nella vita di tutti i giorni. Capisco nuovi umorismi, noto le mire di certi atteggiamenti, intuisco cose nascoste.
Mi sono scoperto a buttare l’occhio sulle donne per strada, e meno sui visi. Guardo il treno sfilare dalla banchina e nel finestrino vedo tante persone che hanno scopato; che conducono naturalmente la propria vita nonostante abbiano vissuto, a un certo punto, una soddisfazione e una bellezza che conosco anch’io.
A Luglio mi sono imbucato a un concerto comunista. Mentre me ne stavo seduto, cercando lontananza dalla folla insieme alla quale non riuscivo a ballare e divertirmi, una ragazza poco vestita mi è camminata davanti. Istintivamente ho allungato l’indice, sollevandolo dal bicchiere, a sfiorarle la coscia nuda. Lei non se n’è accorta, e io mi sono tribolato e un po’ rallegrato. Due settimane prima, non mi sarei azzardato a tanto.
Voglio ancora bene a Elliot Rodger, ma non posso più muovergli la stessa tenera empatia. Prima, le scene di sesso in TV o al cinema mi facevano incazzare. Oggi mi divertono. E so che è solo una fase, e che crescerò.

Oggi, mia madre ha portato la posta su dalla città. Federica mi ha spedita una lettera. Mi sono divertito a leggermela due volte seduto in poltrona davanti al camino acceso, fra un bicchiere e una sigaretta, ma mi ha molto annoiato.
È lunga: cinque pagine piene. Simpatico che la legga qui, donde a diciott’anni le scrissi e inviai la mia prima lettera, o meglio collezione di lettere. Quella sì che era lunga.
Nulla di inaspettato: sono due lettere, del 1 e del 3 Agosto. Insiste a ripercorrere ancora una volta la nostra cronologia, lancia qualche ipotesi, illude innocentemente se stessa, crede di aprirmi il suo cuore quando invece mi apre la sua mente, mi dichiara un amore che non so quanto possa valere.
Vorrei che crescesse, che uscisse dalla sua testa e guadagnasse un’oncia dell’esperienza del mondo che, pure rapida e poca, a me ha dato tanto. È una persona tanto, tanto inconsapevole. E pure nella sua semplicità è riuscita a essere tanto crudele.
Non potrei provare compassione per chi è stata tanto egoista e spietata.
Non potrei stare assieme a una che non bacia colla lingua.
È Eliana la diretta responsabile dell’impennata dei miei standard? Resteranno tanto alti per sempre?
Mah. Stanotte, la mia unica preoccupazione è che non farò mai all’amore con un’atleta olimpionica come Eliza McCartney.
>> Num. 23211 quick reply
Dio mio scrivi proprio male.
>> Num. 23217 quick reply
Ma quindi 3 post per dire che non e' successo un cazzo di niente? Niente drama? Niente rotture strappalacrime?
The cuckolding parte seconda non mi ha proprio amusato.

Comunque vorrei osservare che questa ragazza, Eliana, vive praticamente due relazioni.

Quindi o e' infelice o e' buttana. Secondo me dovresti confrontarla su questo punto, a meno che non ti vada bene ti far cornuto il suo ragazzo e basta.
>> Num. 23221 SAGE! quick reply
>>23217
Tre post per dire quello, che ciò che abbiamo inizia ad avvicinarsi a una relazione vera e propria.
Ah, e le scopate. Ti fanno cambiare punto di vista sulle cose.
Qualcosa succederà: ogni storia ha un inizio, uno svolgimento e una fine, questo è solo il secondo atto.

Non credo che sia tanto puttana. Secondo me è molto molto confusa ma, come dicevo, ho paura a propormi come soluzione alla sua confusione -non mi sento all'altezza.
E pure non lo so quanto ancora possa andarmi bene fare il bull e basta.
>> Num. 23226 quick reply
>>23221
Appunto per questo dico, non è una cosa che uno dice scopiamo e faccio le corna al ragazzo e basta.

È come fare i fidanzatini mentre lei vive un'altra vita con un'altra persona.

Siccome sono sicuro che lo sai, dicci un po' che tipo è l'attuale ragazzo? Fico e coglione? Fico e noioso? Tipico tizio palestra e lavoro che scopa in posizione del missionario?
Una persona che cerca altro deve essere insoddisfatta.
>> Num. 23227 SAGE! quick reply
>>23226
L'ho visto soltanto una volta e da lontano. Ed è un argomento che mi hanno consigliato di non toccare, quando sono con lei.
Lui è figo, ed è difficile immaginare che non la soddisfi.
>> Num. 24987 quick reply
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24987
>>23221
>Qualcosa succederà: ogni storia ha un inizio, uno svolgimento e una fine

Sì, ma quindi?
>> Num. 25312 SAGE! quick reply
  >>24987
Sono grato dell’esistenza di questo thread. Nonostante l’abbia abbandonato per più di un anno, è stata una presenza costante nelle mie giornate. Di ogni cosa sapevo che, prima o poi, sarei venuto a rendere conto a te, anon fedele che volevi sapere com’è andata.
Ora, che sono passati dodici mesi, torniamo al crocevia e raccogliamo il seminato.

Questo intervento è di un terzo più lungo del precedente, ma copre un arco temporale settanta volte più ampio e non è così prolisso in dettagli.
Quindi, stappate una Tassoni e sedete a leggere il Racconto di Ferragosto.
Quando volete, tanto abbiam visto che i fili su /bi/ restano su per un anno intero.



Le rose – parte I

Una sera di fine Ottobre, io ed Eliana siamo andati insieme in un pub del paesello. Ero appena tornato da Milano, dove il nostro pitch (mio e dei miei colleghi) s’era rivelato il migliore sotto tutti i punti di vista. Abbiamo cantato per tutto il viaggio di ritorno in macchina. Ero stanchissimo, ma sono saltato sulla Panda appena tornato a casa. Gli occhi mi si chiudevano senza che me ne rendessi conto: per la prima volta ho temuto davvero di morire al volante, ma per rendere la giornata davvero perfetta dovevo vedere anche Eliana.

Stavamo vivendo un bel momento.
Ci scrivevamo e telefonavamo con la frequenza dei fidanzati. Ci dicevamo cose da fidanzati. Per via della mancanza di smartphone, avevo nella mia giornata dei buchi durante i quali non potevamo sentirci; e lei, come una fidanzata, metteva il broncio.
Alle volte, mi chiamava «stronzo» all’improvviso. Perché moriva dalla voglia di stare con me, ed eravamo lontani. Quindi, ero scivolato senza accorgermene in una relazione –ma mi rifiutavo di definirla tale.
C’era sempre lo spettro del suo ragazzo a spiarmi dalla distanza. Ogni volta che ci vedevamo, dovevo prendermi almeno un istante per chiedermi quante volte s’era concessa a lui dal nostro ultimo incontro. Sapevo che le sue verità le viveva con me, e sapevo di essere l’unico a saperle dare orgasmi. Ma le labbra si stringevano sui capezzoli con maggiore livore, se sapevo di doverne cancellare il ricordo di un tocco altrui.
«Non dirmi più che vuoi sentirmi, quando sei con un altro» le ho scritto dopo essere andato a vederla cantare nel coro della chiesa, «È la seconda volta che devo fissarti seduto da solo, in fondo a una sala.»
Non entravo in una messa da abbastanza tempo da ricordare le formule un po’ diverse.
Ho tentato di procacciarmi qualche avventura, per garantire un certo equilibrio. Eliana faceva finta di non averne a male. In ogni caso, ho fallito –forse perché neanche ci provavo sul serio. Col senno di poi, è stato meglio così.

Poi c’è stato il Settembre a Braccio Teso più difficile di tutti. Ho voluto seguirlo pedissequamente anche quest’anno: niente sesso per un mese.
Eliana mi stuzzicava quotidianamente, ribadendo sempre quanto disprezzasse l’iniziativa, e io la ripagavo con la stessa moneta. Ci faceva malissimo, soprattutto quando eravamo soli, ma è stata un’ottima cosa.
Continuare a scopare come ricci sarebbe stato come tracannare dal bicchiere gelido in una giornata di calura. Un’indigestione della cosa più bella del mondo.
E così, da un giorno all’altro, vedersi aveva una prospettiva ulteriore a quella del sesso. Ho avuto paura ci sarebbero stati imbarazzo e macchinosità. La goffaggine del camminare mano nella mano (fatto una volta e mai più!) amplificata per mille. Ho avuto paura che, perso il nostro collante fondamentale, saremmo crollati senza neanche fare rumore.
E invece, tutto liscio come l’olio.
Il passeggiare assieme, il dirsi le cose, il condividere le stupidaggini. Ci siamo avvicinati nella maniera più stereotipica possibile. Ho osservato verificarmisi addosso una marea di circostanze ciclostilate che, a vederle ripetersi ossessivamente sulle altre coppiette, m’avevano sempre disgustato. Ho capito molte cose, e mi ha divertito molto l’essere parte di una coppia normale. Anche se da un lato mi crucciava che metà delle cose che dicevo finissero incomprese, e dall’altro c’era Eliana a ripetermi che di normale non avevamo proprio nulla.
Negli ultimi giorni del mese, avevo un andirivieni di raffreddore e leggera influenza. Aspettavo spasmodico la mezzanotte del 30: ero nella giuria di un festival, e saltellavo di posto in posto come un criceto sotto anfetamine, generosissimo con ogni film che mi veniva presentato.
L’ultimo giorno di Settembre avevo casa libera. Sono andato a prenderla alle otto di sera.
Nonostante avesse avuto solo cattive parole per il Braccio Teso, rimasi qualche secondo senza fiato a vedere quanto s’era fatta bella quella sera. Per me, e me soltanto.
È stata l’unica volta che abbiamo dormito assieme.

Ci siamo svegliati alle sette, e siamo andati a casa sua. Abbiamo portato il numero di scopate, in dodici ore, a quota sei. Avevo già la febbre a trentanove prima di pranzo.
Ho sonnecchiato rabbrividendo nel suo letto, con una trapunta indosso. Ogni dieci minuti, Eliana lasciava la cucina per affacciarsi chetamente sulla porta, a vedere come stavo.

Quella sera, avevo in viso due occhiaie da spavento e un sorriso stronzo.
Ero a una festa di laurea di cui quasi non porto memoria. Mentre tornavo da casa sua, Eliana m’aveva mandato un messaggio vocale di tre minuti e mezzo, tutto di sussurri rotti e silenzii, che non ho più avuto la forza di riascoltare. Mi riempiva di responsabilità che non ero pronto a prendermi.
La mia più grande paura era che sarei arrivato a chiederle di stare con lei, che lei potesse accettare e io non fossi in grado di renderla felice.
Ho delirato febbricitante per tutta la notte. Avevo caldo e freddo a un tempo; lei, ancora più materna, m’istigava a riempirmi di farmaci, ma non le ho dato ascolto.
Al mattino, dopo aver ucciso la febbre, la testa mi pulsava e la gola mi doleva. Ero spossato oltre ogni limite. Ho avuto una polluzione notturna, da cui ovviamente non è uscito quasi nulla. Ogni pensiero o argomento vagamente sessuale mi dava la nausea.
Mi sentivo un involucro vuoto. Piatto e scialbo come un golfo. Un anonimo catorcio non meglio identificato.
Il miglior Settembre della mia vita.
>> Num. 25313 SAGE! quick reply
Intermezzo

Ero in laboratorio ad aiutare Ivan colla fresatrice.
Mi raccontava, nel suo fortissimo accento russo, del suo ennesimo progetto idiota da mai realizzare.

«...E quindi sceneggiatura si apre con volo de uccello che schianta su macchina poliziotti. Questo perché serve a innesco di dialogo su vegani. Uno poliziotto è vegano.»

«Senti Ivan, io ti guardo così non perché sia un'idea brutta, eh, ma perché ti devo dire una cosa ché siamo amici e non posso tacere. Ieri son venuto al cinema con "un'amica", no?»

«Sì, sì. Quale? Quella alta come te?»

Dal suo punto di vista, a due metri e dieci dal suolo, dobbiamo sembrare tutti alti uguale.

«Sì, più o meno. L'hai vista? Capelli lunghi, neri...»

«Sì, io vista da dietro. Da dietro è... simpatica.»

Ridiamo.

«Ecco. E niente, è che quando t'ha visto ha cominciato a sperticarsi in lodi ma quant'è bello ma quant'è figo. E quindi...»

Ivan ha interrotto il lavoro per rimanerci male.

«Nuooo. Ma tu deve dire che io è fidanzato con Desiré. Io praticamente sposato!»

«Eh però tu capisci che adesso io devo odiarti?»

Ivan fa per inginocchiarsi. Così siamo alti uguale.

«Anon io dispiace! Dispiace un sacco! Vieni qui. Io vuole abbracciarti ma sono tutto sporco. Facciamo così: prossimo Disaronno, offre io.»

«Grazie, Ivan. Sei un amico.»


Le rose – parte II

A fine Ottobre eravamo dunque seduti nel pub. Mentre io polemizzavo sulla perplimente quantità di birre sul menu, Eliana mi ha detto che sarebbe andata via per il ponte dei Morti col suo ragazzo.
È stato come se d’improvviso m’avessero infilato degli occhiali terrificanti.
L’aveva menzionato fingendo che non importasse, en passant; come un collega che t’informa delle disponibilità per il finesettimana.
Non c’è cosa più inquietante, per dubitare della propria salute mentale, del chiedersi sinceramente «Che cosa ci faccio qui?»
Con orrore, ho iniziato a guardare e ascoltare Eliana sotto una nuova luce: da un momento all’altro, è passata dall’essere la mia ragazza al sembrare una sconosciuta. Mi appariva come tutte le altre donne della mia vita, separata dalla stessa identica mancanza di desiderio che mi ha costantemente isolato.
Mi sono rabbuiato.
Quello spettro, da lontano e trascurabile, s’era fatto troppo invadente. Non che avesse cambiato niente: lui era lì da prima. Mi ero avvicinato io, e ora avevo il diritto e il dovere di toglierlo di mezzo.
Magari voi vi sarete costruiti l’idea che, fra cucchi e puttane, è meglio essere il bull. Prima di Settembre avrei potuto fingere che mi bastasse.
Adesso, lui la fa piangere e io la faccio ridere. Lui la affligge colla possessività, io la faccio urlare di piacere. È me che ha chiamato quando è morta sua nonna.
Se il «c’ero prima io» avesse qualche significato, il conflitto ebreo-palestinese non sussisterebbe.
Io sono tutto e lui niente. Eppure sono io a dover sgattaiolare giù dal balcone quando torna sua madre, neanche fosse un teen movie degli anni ‘90. Io a dovermi infilare nei punti della settimana in cui ha degli alibi. Io a dormire da solo la notte.
Quindi, che cosa ci faccio qui?
Presenterò una teoria rivoluzionaria: più che il cuccare o l’essere cuccati, è meglio una relazione normale fra due persone, e niente stronzate.

Quella sera, in macchina, le ho detto «Lascia il tuo ragazzo, e stai con me.»
Perché lo sguardo di quel giorno non avrei voluto vederglielo mai più.
Ha detto che ci doveva pensare. Che forse l’avrebbe lasciato comunque.

È stato il periodo più confuso.
Prima s’indignava se non usavo per lei il termine «la mia ragazza» poi, dopo essere diventata formalmente single in quello stesso ponte dei Morti, ha iniziato a pretendere distanze.
Poi a non volerne più sapere di me. Poi ad avere crisi personali alla fine delle quali, senza capire né come né perché, mi si riavvicinava.
È sempre stata una persona piena di dubbi. Io credo che non avesse mai accettato razionalmente una storia con una persona di sei anni più giovane, e quindi avesse cercato, più o meno consciamente, di minarne le fondamenta, allo scopo di riconfermare la sua tranquillizzante visione del mondo. È stata sempre rinchiusa nella sua testa.

Federica mi ha telefonato dicendo «Domani mattina alle otto vengo alla stazione».
Era un sabato e avevo fatto tardi a lavorare: ho cercato di farle spostare l’incontro più avanti. Non ha voluto saperne e mi ha effettivamente posto sotto un ricatto morale. Il suo cattivo comportamento ha buttato giù tutti i sensi di colpa che m’ero costruito verso di lei negli scorsi mesi.
Sono andato a prenderla, non le ho parlato né l’ho guardata per tutto il tragitto fino a un posto adatto a parlare, ho ascoltato per l’ultima volta i suoi vaniloquii, quindi le ho ringhiato contro che è una pazza ossessiva. Se n’è andata e non ha voluto che la riaccompagnassi in stazione.
Quel pomeriggio, mi ha scritto un SMS tanto lungo da crasharmi il telefono; le ho chiesto di riportarlo su Facebook, lo ha fatto. Non l’ho letto.
Lei mi ha rimosso dagli amici.
Ci ho messo una pietra sopra e non ci ho più pensato.
>> Num. 25314 SAGE! quick reply
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25314
E le cose con Eliana andarono meglio che mai.
Per scrivere questo resoconto ho voluto, sdegnando il dolore, rileggermi vecchie conversazioni.
A Novembre ci telefonavamo molto spesso, e quindi è poco quel che ha lasciato traccia. Ma da quel poco, mi sono stupito nel riscoprire quanto mi stessi divertendo.
Davvero, più di una volta sono scoppiato a ridere ad alta voce. Quasi non mi riconosco.
C’è da dire che l’essere in una relazione è meglio di una chirurgia estetica. Mi sono fatto più alto, più muscoloso; persino il cazzo è cresciuto. Avevo il volto luminoso, pulito, senza occhiaie. Sono contento d’aver dovuto rifare carta d’identità e passaporto in quel periodo. Per i prossimi dieci anni, i documenti mi presenteranno come un bel ragazzo.
Ho trovato per caso, sul telefono, delle registrazioni fatte di nascosto da Eliana. Sui sedili posteriori della Panda, cercava di farmi ripetere «recupereremo» per ridere del mio rotacismo. Io mi lamentavo del freddo e del fatto che lei avesse trasformato il mio disegnino della svastica, sul finestrino appannato, in un bambino col palloncino. C’era una distratta allegria nella mia voce.
Mentre a destra e a manca volavano lamentele su quanto nefasto fosse il 2016, dalle morti celebri alla Brexit, dal terrorismo all’elezione di Trump, io zitto zitto vivevo uno dei miei anni migliori.
È stupefacente quanto soddisfare un ambito della vita vada a migliorare tutto il resto.

Un giorno, Eliana aveva da fare in città, e a sera passò sotto casa mia invitandomi a scendere, con l’intenzione di un breve saluto.
Stemmo due ore parcheggiati nella sua macchina, sotto il mio palazzo. Furono due ore belle.
A più riprese le proposi di salire a mangiare qualcosa, ma riuscii a convincerla solo dopo che ci fummo procurati un orgasmo a vicenda. In quel periodo avevamo iniziato a sperimentare colle mentine; quasi non vi rinunciammo più, e il “prendere/volere una mentina” divenne il nostro gergo per indicare cose proibite. Mi faceva durare di più, aggiungeva freschezza e potevo concentrarmi di più su di lei. Una volta mi venne in mente di ricambiarle il favore (perché segretamente non ero un fan del sapore di latte salato e monetine) e di lì in poi leccare la fica divenne una cosa meravigliosa per entrambi. Certo, dopo che Eliana si fu abituata: la prima volta che la sfiorai, con una Frisk sulla punta della mia lingua più lunga del cazzo, saltò strillando dal tappeto, inciampo' nel letto e mi ruppe la lampada.

Quel sesso in macchina, sotto casa, lo ricordo bene.
La feci venire con le dita. Fu una cosa occorsa all’improvviso, di quelle in cui si realizza la serietà di ciò che si è iniziato solo quando si è a metà dell’opera. Prima che ce ne rendessimo conto, lei mi era stesa in grembo, le braghe calate a metà coscia e la testa contro il finestrino.
Gradivo molto usare le mani. Mi permetteva di impararla con maggiore lucidità, di usarle meglio la bocca dal collo ai seni, di governarla a mio piacere. Le cingevo le spalle con l’altro braccio, e lei mi si stringeva al petto come un gattino che ha freddo. Ogni tanto c’erano queste inversioni di ruolo: in cui il tutto si allontanava dalla sembianza di straight shota e lei subiva forza e dominio.
Di regola, era piuttosto silenziosa durante gli amplessi. Quella volta, sarà perché usavo la sinistra, ebbe a mugolarmi nell’orecchio «Non ti fermare. Non ti fermare». Ero così eccitato che quasi me ne sarei venuto con lei. Poi mi morse la guancia strillando e dibattendosi come un pesce fuor d’acqua.

Mi fece un pompino con la mentina e, col barbagallo che ancora friccicava, finalmente la convinsi a non fare complimenti e salire a placare la fame. Fu così che Eliana conobbe mio padre.
Credevo sarebbe stato goffo o imbarazzante, come nelle pellicole americane; temevo che, incontrando lei la mia famiglia, avrei perso quell’aura di mistero di cui credevo stupidamente d’aver ancora bisogno.
Invece, ancora una volta, liscio come l’olio.
Eliana divenne un’habitué di casa mia. Andò d’accordo con tutti, particolarmente con mia madre che, tra parentesi, era segretamente entusiasta che quel disadattato del figlio avesse finalmente portato a casa una femmina. Eliana, non ve l’ho mai detto, è una psicologa: le due donne avevano una professione abbastanza simile da paragonarsi e abbastanza dissimile da tirarsi frecciatine benevole a vicenda.
Eliana si fermò un paio di volte a pranzo, ma per lo più passava a trovarmi nel pomeriggio.
Io non tornai più a casa sua, se non quando sapevamo di essere soli: Eliana non raccontò mai di me a nessuno, al di fuori di qualche amico fidato. La società cattobigotta del paesello non avrebbe mai accettato un così rapido rimpiazzo, dopo la fine di una relazione tanto lunga. Vidi sua madre solo due volte: alla summenzionata morte della nonna, e una sera che io mi attardai apposta ad accendere il camino, quel tanto perché la signora rincasasse e io mi potessi presentare.
Credette fossi gay.
Eliana non l’ha mai corretta.

Quindi ogni tanto uscivamo la sera, e spesso veniva a trovarmi. La scusa principale era guardare The Young Pope, ma non sempre ci riuscivamo. Il sesso ci si metteva sempre di mezzo, e che non fossimo soli in casa non aveva la minima importanza.
Una sera, l’unico monitor rimastomi era un piccolo proiettore, e quindi m’industriavo frettolosamente a collegare i giusti cavi e far andare la puntata, tutto sudato a testa in giù dietro il divano-letto. Riemersi quando mi accorsi che Eliana non era più reattiva. La trovai immusonita, a capo chino in un angolino del divano. Affannato, le chiesi cos’era che non andasse. E lei, in quella sua vocina da bambina che mi faceva impazzire (e lo sapeva), affermò che le era passata la voglia di Young Pope e che voleva «fare cose». Ero quasi esterrefatto dal suo sdegno per il mio sforzo eroico ma, obbediente, mi spogliai.
Avevamo già iniziato, alla luce drammatica del proiettore, quando bussò alla porta della stanza la mia nipotina di tre anni. Ci rivestimmo in tempi record e lasciai entrare la piccola. Le spiegai che eravamo spettinati perché stavamo giocando, e fingemmo nonchalance mentre lei, adorabile come sempre, ci riempiva di domande sul signore che sul mio muro era avviluppato da due serpenti inviati da Poseidone. Seduti sul tappeto (la bambina ormai si toglieva le scarpe senza che glielo ricordassi) le raccontammo e insegnammo. Fu quasi come essere genitori.
La creaturina se n’andò trotterellando, e noi c’eravamo già saltati addosso quando bussò il fratellino della piccola, grande la metà ma ancora perfettamente muto. Appurato che ormai avevo in casa parenti fino al terzo grado, ci separammo nuovamente.
Seguimmo la delegazione di parenti giù per una rampa di scale, scambiammo convenevoli con la mente ancora al piano di sopra, giocherellammo coi bambini ed Eliana mi garantì che il piccolo, pur se a un anno e mezzo ancora non spiccicava verbo, era molto intelligente.
Risalimmo di corsa. Tornammo in stanza; lei restò lì ma io ne venni richiamato da mia madre che usciva per andare a lavoro. Mi fece le solite cento raccomandazioni: lascia in ordine, portati le chiavi se esci, lascia-chiusa-la-porta-del-bagno-ché-sennò-si-intravede-dallo-specchio-dell’ingresso-e-non-è-dignitoso. Facevo sìsìsìsìsì con la testa, senza osar replicare. Le stampai un bacio affettuoso mentre saliva in ascensore, e rientrai. Mi chiusi alle spalle l’uscio; il suono echeggiò nella casa finalmente deserta.
Trassi un profondo sospiro.
«Mi aspetto che tu sia già nuda» annunciai a gran voce, puntiglioso, mentre attraversavo a lunghi passi il corridoio.
Lo era davvero.
>> Num. 25315 SAGE! quick reply
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Scendere le scale a occhi chiusi

Adorava il mio tappeto rosso. Si contano sulle dita di una mano le volte che abbiamo fatto l’amore sul letto. Era piccolo, appena una piazza, mentre avevo in stanza questo bel tappeto largo, alto e vermiglio. Dava davvero un tono all’ambiente.
Ogni tanto Eliana mi fregava la macchina fotografica e ritraeva a ripetizione i nostri vestiti disordinati sul pavimento, il mio busto o le proprie gambe. Perché alle donne piace tanto fotografarsi le gambe?
Io non l’ho ritratta –o più che altro ripresa in gloriosi sessanta fotogrammi al secondo– quanto avrei voluto. Ho sempre creduto ci sarebbe stato tempo, più avanti. E, quando il tempo sarebbe stato per esaurirsi, che ci sarebbero stati preavvisi evidenti. Poi non sempre le occasioni si concordavano colle opportunità. Quindi, ho una piccola collezione di scatti e brevi filmati, presi tutti prima o dopo l’amore. Mai durante.
Da parte sua, solo qualche foto succinta prima ancora che la baciassi. La quantità di pelle che mi ha mostrato in foto è inversamente proporzionale a quella che mi ha mostrato dal vivo: vale a dire, tanto più progrediva la nostra relazione, tanto meno erotiche si facevano le foto che m’inviava. Per lo più autoscatti davanti allo specchio, fatti prima che uscisse la sera, e ogni tanto la solita foto delle gambe. Soltanto una volta riuscii a strapparle un One Finger Selfie, quando andavano di moda, e fu una fatica di proporzioni bibliche. Neanche venne tanto bene.

Troppo presto, arrivava l’Inverno.
Avevo sul lavoro delle incombenze stressanti: scadenze imprevedibili nevrotizzate da colleghi pigri e indolenti. Sarebbero solo peggiorate.
Eliana non si abituò mai al passare da una relazione solida e matura, in cui si parlava di matrimonio, a una in cui l’altra persona non ha la minima idea di cosa una relazione sia.
Non bastava darle attenzioni totalizzanti e portare il pensiero di lei sempre con sé. Bisognava mostrarlo. Curare le apparenze.
La sera delle elezioni americane, c’eravamo dati appuntamento a casa sua per il mattino venturo. Quando arrivai da lei, tutto raggiante per la sconfitta della Clinton, la trovai nera in viso, silenziosa e arrabbiata. Sforzandomi di non ridere quando le chiedevo cosa non andasse e lei mi rispondeva «Niente» (come secondo un copione tante volte letto ma mai visto recitato), riuscii a cavarle di bocca che se l’era tanto presa perché, dopo che la sera prima avevamo fissato l’appuntamento, non c’eravamo più sentiti.
Ho avuto grosse difficoltà a capire il suo disagio: a me pareva perfettamente logico rimandare di poche ore qualunque rapporto o discorso, sapendo di poterne presto apprezzare dal vivo –e quindi meglio. Lei, d’altro canto, l’aveva considerata una mancanza di rispetto; questa fu la prima volta in cui mi accusò di non volere una relazione, ma un giocattolo.
Mi chiedo come si comportassero queste persone quando non esisteva la messaggistica istantanea. Sebbene Eliana mi avesse raccontato dell’enorme senso di liberazione provato al non dover più informare il fidanzato di ogni minimo spostamento, era punta sul vivo quando mancavamo di darci la buonanotte (tra parentesi, i suoi «Buongiorno principessa!» li trovavo molto dolci). Di nuovo, non si è mai abituata al cambio di relazione. E, avvezza sin dal nostro principio a un approccio “didattico” –sia per la mia inesperienza, sia per la differenza d’età– convenimmo entrambi che a volte vedeva mancanze dove non ce n’erano.
Io? Io scrivo lettere alle femmine e aspetto tranquillamente risposta per mesi, che cazzo ne posso sapere io.

A inizio Dicembre andai in Transilvania, passando per Budapest.
Per un paio di giorni, prima di partire, mancai delle telefonate. Provai a recuperarle, ma i momenti non erano adatti. Me lo fece pesare. Con lei, non era difficile sentirsi costantemente sotto esame:

È interessante: ti fai prendere da tutto, quasi mai da me però; vuoi che io passi il prossimo futuro con te ma per quello immediato è un po' diverso.
Riesci a farti assorbire da qualsiasi cosa ti graviti intorno al punto che, poi, forse, ad un certo punto, se ti liberi, arriva un pensiero per me.
Questi sei giorni non potevano avere una puntualità migliore.


Me lo scrisse la mattina della partenza.
Odiai Budapest e il suo freddo inaccettabile. Tutta un’umidità solitaria, materialistica e mitteleuropea.
Eliana non riuscì a tenere il muso per il tempo prefissato, e ci sentimmo prima che io tornassi. Aveva fatto un altro dei suoi incubi.
Era sempre inseguita: da una folla inferocita, da un clown mostruoso che la pervertiva di desiderio sessuale, o da vecchi mormoni sghignazzanti.
Non ci voleva un genio per interpretarli e capirne la psicosi.

Come souvenir le portai, da Budapest, un pulmino a due piani con su scritto “London”. Dalla Transilvania, un piccolo crocifisso ortodosso. Apprezzò l’umorismo del primo e il calore del secondo.
Stemmo di nuovo bene.
Fece anche un regalo di Natale a mia madre –che in realtà era indirettamente per me.
Era avvenuto, un paio di settimane prima, che in presenza di entrambi mia madre avesse incidentalmente rotto la mia tazzina da caffè con Babbo Natale; non proprio di buon gusto, nondimeno insistevo a tirarla fuori ogni anno, dall’Immacolata all’Epifania.
Così, incartato sotto l’albero, finì da parte di Eliana un set di tazzine a motivo natalizio.
Ora sarò costretto a pensarla ogni Natale.

Per me, ci fu un pacco con due bigliettini: il primo leggeva «Credi di essere stato davvero un bravo bambino quest’anno?» Il secondo, sopra un maglione natalizio precisamente orribile, «Io dico di no ♥».
Non ne capii l’umorismo. Mi sentii un po’ sciocco ad essermi impegnato a donarle qualcosa “fatto col cuore”, di attinente al nostro tempo assieme: Eliana tornava spesso su discorsi riguardo i non-detti; si dava addosso per via della sua abitudine a reprimere le emozioni; stava silenziosa con un filtro fra mente e bocca. Le regalai un quadernetto nuovo. Quello che già possedeva aveva significato molto per noi, anche se non lo lessi mai. Questo, le scrissi fra altre cose sulla prima pagina, avrei voluto leggerlo.
Come per il regalo che le feci al suo compleanno del 2015 –qualche mese dopo averla conosciuta– non lo infioccai: disegnai elaboratamente il fiocco sulla carta.
Vorrei farla diventare un’abitudine per tutti i miei regali, ma non ho nessuno a cui farne.

Feci buon viso a cattivo gioco: indossai il maglione e mi misi in macchina verso il paesello e la Messa di Mezzanotte in cui Eliana cantava.
L’organista era crollato ubriaco dopo il cenone, e si cercò come si poté di recuperare musicisti all’ultimo minuto. Non si vedono molte orchestrine di coro, tromba e mandolino. E per una buona ragione.

Andammo a casa di amici di lei, dopo la Messa, e non parlammo molto. Mi fece velatamente capire che il maglione aveva lo scopo di “smontarmi” o qualcosa del genere, e io continuai a sorridere mentre i miei organi interni erano tutti un grosso punto interrogativo.
>> Num. 25316 SAGE! quick reply
Il mio lavoro s’era fatto un incubo deprimente e senza sbocchi, che fagocitava tempo ed energie.
Non riuscivo a combinare niente, e ogni cosa mi sembrava un’idiozia. Il mio collega non è stato minimamente d’aiuto: s’era detto d’accordo a lavorare a distanza, ma non s’è fatto più sentire. All’inizio dell’anno, avrebbe abbandonato il progetto.
La paura delle scadenze non motiva: immobilizza.
Le giornate scivolavano via, durando qualche battito di ciglia.

Per me ed Eliana, entrare nel nuovo anno fu come scendere una scalinata a occhi chiusi: avevamo ormai preso un ritmo cadenzato, semplice, eseguito senza pensare; molte telefonate, poche scritte, ancora meno incontri.
Cercavo di darmi delle priorità, credendo stupidamente che il mio lavoro avesse scadenze, ma la mia relazione no. Così regolavo il vederla su quanto mi portavo avanti nel progetto.
Lei, ovviamente, impazziva dalla voglia di vedermi. Cominciò a masturbarsi con regolarità; cominciò a raccontarmelo e a dirmi che non le bastava.
Io cercavo di tenerla a bada allungando le nostre telefonate notturne ed eccitandola sussurrandole cose all’orecchio, ma a lungo termine la cosa si faceva ingestibile: a notte fonda, mentre lei era già a letto da un pezzo e io al computer a lavorare, mi scriveva:

Sono troppo eccitata per andare a dormire.
Non vorrei esserlo è chiaro, ma più cerco di non pensarci e di sgombrare la mente e più si crea spazio per te che inneggi ai capezzoli di altre persone o dei miei, boh non l'ho capito.
Si fa il respiro pesante, un peso che va su e giù dalla pancia al basso ventre e quello è un po' più difficile da ignorare. Poi tu cerchi di farmi eccitare ancora di più e ci riesci, ma a che serve se io sono qua e tu sei lì? Certo, a frustrarmi, è chiaro, perché credo ti ecciti. A me no, fa arrabbiare. Per i primi dieci secondi, poi ad un certo punto si inserisce in quella spirale di eccitazione suddetta e anche l'obbligo a dovermi reprimere mi fa eccitare e, capirai da solo, quando tutto questo va ad incrementare un quadro già saturo.
Io vorrei (e lo sto facendo eh) non toccarmi ma sono talmente tanto eccitata che anche solo il movimento delle cosce crea piacere e una cosa è tenere a posto le mani, elementare, che ci vuole, ma cosa vuoi impedire un movimento semplice e innocuo come stringere le gambe?
Credo che potrei anche impazzire, si.


Non sapevo se viverla come una vittoria o una sconfitta. Col senno di pochi giorni dopo, avrei propeso per la seconda.
Perché, prima o poi, la scalinata finisce e ti ritrovi di colpo coi coglioni nello stomaco.

Anche lei aveva i suoi impegni di studio e lavoro. Lunedì 2 Gennaio, mi disse che potevamo vederci mercoledì o, più probabilmente, venerdì.
Il giorno dopo, martedì, mi svegliò con un SMS: aveva deciso di vedermi l’indomani, non ce la faceva ad aspettare.
Alle sette e mezzo di sera, mi scrisse che [i]Scott Pilgrim vs The World[/] è il film più coglione che avesse mai visto. Non vado pazzo per le stronzatelle hipster, ma stetti al gioco e le risposi ironicamente «Domani non vieni.»
Provai a lavorare per tutta la sera. Non ci riuscii, non combinai niente. Fui una larva.
Non telefonai a Eliana: mi addormentai sulla tastiera.

Mercoledì, perplesso dal non vederla e dal lungo silenzio, le telefonai. Rispondeva a monosillabi. Era arrabbiata.
È perché non ci siamo sentiti per qualche ora? È perché non ha colto la mia ironia? È il mondo impazzito?
Fui il più conciliante che potei.
La telefonata s’interruppe sul nulla, pochi silenziosi minuti dopo.

La notte, scrissi alla mia relatrice che non ce l’avrei fatta a consegnare in tempo.

Giovedì 5 Gennaio mi alzai tardi, frustrato per un sogno interrotto che era molto particolareggiato.
La relatrice aveva risposto molto amareggiata.

Aspettai il pomeriggio per chiamare Eliana.
Rispose ancora a monosillabi.
Le chiesi se fosse arrabbiata, lei disse di non esserlo mai stata. Poi ritrattò e disse di non esserlo più.
Le chiesi se sarebbe venuta da me, l’indomani. Disse di no.
Mi proposi di andare io da lei, lei rispose che al mattino doveva studiare e al pomeriggio andare per negozii con la madre.
Le raccontai che mi dispiaceva molto e che ero stato molto preso da cose angustianti.
Lei disse di essere stanca, e che non voleva arrabbiarsi di nuovo.
Io le feci notare che, tecnicamente, le cose si stavano complicando per non esserci sentiti mezza giornata. Lei mi mandò affanculo.
Io le ripetei che davvero non capivo come potesse succedere questo fra noi. Lei rispose che lo sapeva, ma non voleva perdere tempo a insegnarmi. Che sono cose che io, che non sono mai stato con qualcuno, non posso sapere, ma lei ha quasi trent’anni ed è stanca e non vuole insegnare niente a nessuno.
Freddo come la morte, le dissi buona serata.
Lei disse ciao.

In tre giorni ebbi l’impressione d’aver perso i colleghi, l’insegnante, l’occasione di una vita e la ragazza.


Il lunedì blu

Avrei dovuto riappacificarmi l’indomani stesso. Ma, onestamente, Eliana non era l’unica ad essersi rotta il cazzo. E io non avevo mai nemmeno litigato con nessuno. Mi sarebbero servite lezioni anche in quello.
Le lasciai un paio di giorni per pensare, e lì venne piantato il seme del Male. Dopodiché, andai più a Canossa di quanto avrei ritenuto necessario.
Eppure, sotto ogni fronte, dopo la pace furono dieci giorni luminosissimi. La proverbiale quiete prima della tempesta. Il canto del cigno.
L’8 Gennaio venne da me per l’ultima volta.
Non era una cosa di facciata: per quanto sia paradossale, eravamo davvero felici. Lei seminuda seduta a leggere pagine scritte su di lei, le gambe accoccolate al petto. Le sigarette contro il tramonto. Le luci della città nella finestra spalancata.

La spogliai.
Le legai le mani dietro la schiena con la cravatta, le coprii gli occhi in una benda nera e la inginocchiai sul tappeto.
Completamente nuda nel freddo iemale, palpitava a ogni carezza e refolo.
Intinsi il dito con una goccia di lubrificante gelido, e non le lasciai il clitoride finché non venne.
Senza slegarla, la sollevai di peso che ancora affannava; la sistemai dolcemente contro il fianco del letto: il busto steso sul materasso e le ginocchia ancora al tappeto.
La lasciai apposta, così vulnerabile all’aria, mentre tranquillamente mi spogliavo.
Mi avvicinai e le bastò sentirmi per farsi tesa. La sfiorai appena: scattò in avanti e mi addentò il copriletto. Era così bagnata che le gocce grondavano sulla coscia e si accumulavano fra la piega del polpaccio.
Entrai piano, e la penetrai forte. Non le avevo mai sentito dare gemiti così squillanti.

Venni, la slegai, venimmo assieme altre due volte. Tre fra le nostre migliori.
Poi se ne andò. L’ultima immagine che ho di Eliana come mia ragazza, è lei nuda e sorridente sul mio tappeto rosso.

Abbiamo fatto l’amore quarantotto volte.
>> Num. 25317 SAGE! quick reply
Per tutta la durata della nostra storia, Dio mi aveva guardato scuotendo la testa. Non arrabbiato, ma come a un cucciolo che l’ha fatta in casa. E per farmi desistere mi mandava tutti i segnali di cui disponeva nella sua infinita potenza: treni assurdamente in ritardo, messaggi non deliverati al momento giusto, un miliardo di piccole coincidenze del destino –alcune più intenzionali di altre– che dovevano farmi capire che questa cosa non s’ha da fare, torna indietro, non è roba per te. Eliana è una ragazza normale, non c’entrate niente l’uno con l’altra. Non c’è nessun amore: solo la meraviglia di una donna che non t’ha rifiutato.
La macchina che non parte. Il traffico in tangenziale per un incidente. L’ufficio postale chiuso per un suicidio. Lampadine che si fulminano a ripetizione. Virgole mancate che stravolgono il senso di un messaggio. La radio che manda d’improvviso una canzone precisa. La data di stampa di un libro. Il giorno in cui è ambientato un film. La sabbia in arrivo dal Sahara. Fenomeni astronomici irripetibili. Che dieci persone di otto nazioni diverse, che non si conoscevano prima, finite casualmente allo stesso tavolo, abbiano tutte la stessa età tranne me.
Tutte le benedette volte che la moira mi prendeva per la collottola e, come una matrona severa ma amorevole, mi scuoteva di fronte al fatto che passavo le mie giornate con una ex-catechista sessualmente disturbata che fa propaganda per il PD al referendum, che adora i Sarah’s Scribbles, i programmi di RealTime e i The Jackal e ogni tanto guarda quei video su YouTube dei brufoli schiacciati.
A me però piaceva il senso di titanistica lotta al Destino.
Mi piaceva la fica.
Mi piaceva guardare negli occhi qualcuno che ti sorride.
Affrontavo ogni intoppo a testa bassa e mettevo a tacere la voce della coscienza. Se abbiamo avuto momenti dolcissimi, vuol dire che dopotutto non è cosa completamente malvagia.
Ma, quando il 9 Gennaio dovetti cavare di bocca a Eliana che aveva continuato a guardare The Young Pope senza di me, subito mi parse il segnale più forte –e capii che tutto sarebbe presto finito.
Non che ci fossi rimasto male: fu un momento di lucidità del tutto privo di emozioni. Della serie m’importava poco e, infatti, da allora non l’ho più ripresa. Ma era stata lei a insistere tanto perché la guardassimo insieme, lei a portarla avanti come uno stendardo, noi abbracciati sul divano con una coperta indosso. Quando vidi che aveva rinunciato a tutto questo, senza sensi di colpa e senza soffrirne, capii che Eliana mi aveva già lasciato; era andata oltre, e non avrei potuto raggiungerla.

Eppure, avvenne all’improvviso.
Quattro anni fa avevo letto un articolo, forse su Focus. Quando, a sfogliarlo, non facevo altro che stupirmi delle stronzate in cui i tanto rinomati «ricercatori inglesi» sprecavano le loro esistenze. Venni così in contatto col concetto di Blue Monday: secondo costoro, il terzo lunedì di Gennaio è il giorno più triste dei trecentosessantacinque. Avrebbe a che fare coll’intima realizzazione che il senso di rinnovamento portato dal nuovo anno non è altro che un’illusione, e che seguiranno altri dodici mesi monotonamente indistinguibili dal resto della tua patetica vita che arranca nel fango delle velleità in attesa che dal cielo scenda una mano santa ad aiutarti ma non è così che funziona quindi ora alza il culo e vai a lavorare.
Nel 2015, alla faccia loro, ebbi un bellissimo 19 Gennaio: feci progressi a scuola guida e compii una buona azione aiutando due donne che avevano smarrito per strada le chiavi della loro automobile.
Nel 2016, proposi a Eliana di vederci «per metterla al culo agli inglesi e alle loro fregnacce postmoderne». Fu il giorno che passammo otto ore assieme a scrivere la sua tesi. La riaccompagnai a casa e volevo baciarla, ma avevo un lupo a masticarmi lo stomaco. Tornai a casa picchiando il volante e sbraitando a squarciagola «Col cazzo che m’immagino Sisifo allegro». Finii anche col perdermi in mezzo alla campagna, perché non avevo il navigatore e la segnaletica era scarsa. Trovai la strada di casa sintonizzandomi su RadioFd5: prendeva solo in città quindi, se il segnale migliorava, significava che mi stavo avvicinando.
A leggere le idiozie intellettualistiche che scrissi a Eliana quella notte, rabbrividisco d’imbarazzo. A dire la verità, quasi tutto ciò che le ho scritto nella fase di corteggiamento è imbarazzante: conferma l’ipotesi che, quando una femmina ha deciso che le piace un uomo, niente riesce a farle cambiare idea.
In ogni caso, quell’anno gli inglesi avevano vinto.

Quest’anno, il 16 Gennaio 2017, ero tanto allegro. Come ho detto, con Eliana andava magnificamente. C’era stata una nota positiva sul lavoro, e stavo tornando in città assieme a dei collaboratori. Eravamo andati in un borghetto storico molto lontano, a esaminare un casolare che avremmo potuto usare per un progetto. Nelle settimane scorse avevo vagliato, allo stesso scopo, anche casa di Eliana, e si presentava bene. Lei ne era felice.
Tornavo in macchina ed ero così gioioso che quasi avrei chiamato Eliana, affinché col vivavoce potessimo raccontarle del sopralluogo e paragonare il casolare alla sua abitazione. Desistei solo e soltanto perché sapevo lei avere il ciclo –e quando aveva il ciclo era intrattabile e poco incline all’entusiasmo.

Rientrai in casa alle nove di sera, infreddolito e stanco. Alle 16:37, Eliana mi aveva scritto:
Vorrei parlarti di una cosa.
Dato che non sono scemo, mi preparai in fretta. Mi sciacquai il viso, mi presi un istante per farmi venire il sangue amaro a leggere il collega pigro e indolente scrivere alla relatrice scaricando su di me le colpe, trangugiai la cena.
Senza neanche svestirmi, telefonai a Eliana.

Sono le 21:42.
La chiamata dura quattro minuti e cinquantaquattro secondi.
Stavolta non ho neanche bisogno di soffrire.
Le racconto brevemente la mia giornata, mi faccio raccontare la sua.
Sorrido sempre.
«Mi dicevi che volevi dirmi una cosa.»
Tergiversa molto poco.
«È meglio se per un po' smettiamo di sentirci e di vederci.»
Faccio un sospiro piccolo e breve, non smetto di sorridere.
Dico che apprezzo che l’abbia detto in modo così franco e aperto.
Quasi si offende e mi chiede che cosa mi aspettavo, invece.
Le rispondo che questo mi aspettavo, ma non mi impedisce di gioirne.
Le racconto poi che è molto divertente che oggi comunque ci siamo ricordati che alla fin fine se il casolare è troppo lontano possiamo sempre usare casa di Eliana e che dicendomi questo mi ha tutto sommato tolto un’opzione quindi evviva andiamo al borghetto storico! Lei ride.
«Allora aspetto…» cerco di dire «Anzi no dai, non mi aspetto niente.»
Lei dice che è meglio così.
«Buonanotte», dico io.

La mia ragazza mi ha lasciato.
Abbiamo fatto l’amore quarantotto volte.
Mi sa che gli inglesi hanno vinto anche stavolta.
>> Num. 25318 SAGE! quick reply
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25318
Primo dopoguerra

Stavo bene.
Eliana resistette dieci giorni prima di iniziare un tira e molla molto confusionario. Partito da lei, continuato sottilmente da entrambi, finito con lei che scherzava di riprendermi, poi se lo rimangiava, poi lo suggeriva seriamente. Una lunga telefonata in cui le dovetti cavare di bocca che quel disturbo che sentivo non era raffreddore, ma pianto.
Lei m’ha messo come soprannome, nella chat di Facebook “Quello che indovina i silenzi due volte su tre” e io “Donna infamissima che m’ha lasciato al BlueMonday”.
Le ho detto che i miei genitori sarebbero stati via per qualche giorno, e lei s’è dimostrata interessata. Poi le ho letto una fiaba, le ho cantato una ninna nanna, e abbiamo attaccato.
Il 3 Febbraio, a 00:34, le scrivo:
Domattina mi sveglio alle sei, accompagno i miei in stazione, poi resto solo fino a lunedì.
Non risponde.
Quel pomeriggio, stanco di aspettare:
Sarebbe carino se mi facessi sapere qualcosa.
Lei, mezz’ora dopo:
Non so se ci vedremo.
Ho subito replicato con un
Grazie.

Dev’esserci una certa reticenza istintiva, negli esseri umani, alla parola “Fine”.

Per un po’, ho accuratamente evitato di visitare il suo profilo, o anche di pensarla. Volevo che Facebook capisse che c’eravamo lasciati e la smettesse di sbattermi il suo nome ovunque. Non per niente, è che ad aprire la sua conversazione la prima cosa che salta all’occhio è la .gif del kakapo che dondola la testa. Gliela mandai per prenderla un po’ in giro, e ora eccola lì, sempre, che pare mi sfotta.

Una sera andai a teatro coi colleghi. All’uscita, m’ingarbugliai in Rosario Amore e i suoi amici droghelli. Incappai in Gaia, una ragazza carina che era nella sezione B quando io ero nella A. Non eravamo amici, ma condividemmo una gita scolastica particolarissima e generazionale. Non ci eravamo mai guardati come lei mi fissò quando mi vide dall’altro lato del tavolo, quella sera.

Flirtammo. Mi sentivo un Dio. Di nuovo in pista prima ancora di accusare il colpo!
Lei chiacchierava cercando di scattarmi foto di nascosto; mi chiese se ero fidanzato; mi squadrava ripetendo ad alta voce quanto fossi cambiato, tutta la trafila. Cazzo, non ci credevo.
In disparte, Rosario mi mise fermamente in guardia: lei stava insieme a Damiano, il suo amico droghello che crede di trovarmi tanto simpatico. Mi mangiai le mani, ma era giusto fermarmi. Tornammo nella compagnia e di lì in poi tenni Gaia a distanza e, con molta fatica, spensi le sue avance.
A fine serata, quando ero frustrato dai normofroci passivisti e ciondolanti che mi circondavano, e incazzato per l’immaturità disarmante del drogato che avrebbe dovuto riaccompagnarmi a casa, assistei al detto drogato fare il cascamorto con Gaia. Lei lo rifiutò –ma affermando candidamente di essere single.
Ci rimasi come uno stronzo. Lanciai un’occhiataccia a Rosario, e lui fece tranquillamente spallucce: s’era sbagliato.
Tentai di riavvicinarmi, ma ormai era troppo tardi e lei giustamente mi sdegnò.
Rincasai furente: un’avventura sentimentale, in quel momento della mia vita, avrebbe fatto tutta la differenza del mondo.
Decisi che non mi sarei più fidato di Rosario Amore.

Sono stato bene, nonostante tutto.
La data di scadenza del progetto si avvicinava; facevo continui viaggi coi colleghi sino al borghetto storico, e la libertà creativa mi dava tanta energia.
Anche Luigi, il mio maestro, che aveva indirettamente seguito la mia vicenda amorosa, si disse stupito di quanto presi bene la batosta. Mi sentii tanto orgoglione. Avevo passato tutta la vita a vedere persone distrutte e immiserite da una rottura, nella convinzione che «Quando capiterà a me, reagirò meglio!» e fu appagante sapere che questa cosa s’è verificata.

La pensavo spesso, ma senza rammarichi. Di ogni cosa che Eliana mi ha dato, ho sempre voluto farne una gioia: ora, dopo quella di avere una ragazza, stavo assaporando l’esperienza di avere una ex.
Il guardarsi attorno sapendo di avere un potere, il sapere che almeno una donna t’ha scelto e quindi un’altra può farlo ancora, la soddisfazione del guardare in viso un gruppo di femmine e pensare «Ciò che fate con giggino nell’intimità delle vostre stanze, non è più un mistero per me.»
L’energia ricavata dall’aver ormai perso l’abitudine alla masturbazione.
L’errore di cedere alla speranza.
>> Num. 25319 SAGE! quick reply
Lo scontro finale

Sono passati tre mesi. È il mio compleanno.
Il senso della perdita è maturato gradualmente, una volta caduto lo scudo fatto di impegni lavorativi e fantasie rassicuranti. Che io avessi raggiunto il banalissimo traguardo di avere una donna, a quanto pare, non fa la minima differenza sulle mie capacità e su quelle dei miei colleghi. E nemmeno è cosa che impressiona le altre femmine di questo mondo.
È andato tutto male, e di colpo mi ritrovo da solo, a fare il bilancio della vita di un anon che ha avuto una storiella e poi è stato lasciato al telefono.
Cazzo, sono stato lasciato al telefono. Non sono il tipo di persona che fa passare liscia una cosa del genere, e se lo sono –be’, non voglio più esserlo.
Che poi dev’essere sicuramente un modus operandi che ha scelto per gestire più facilmente il suo conflitto interiore: se mi vedesse, tornerebbe strisciando da me.

Il giorno del mio compleanno mi sveglio, e trovo un suo messaggio. Si è ricordata la data.
Mi augura il meglio e spera che non abbia scritto più su di lei, per paura che le avessi riservato parole di sdegno e odio.
Sono rincuorato dal fatto che mi abbia anticipato, ma sfiduciato dal leggere le cattive intenzioni che mi attribuisce.
Aspetto mezzogiorno, e le telefono. Io sono nato a mezzogiorno. Ci vogliono quattro tentativi perché lei decida di rispondere. Era a messa, si giustifica.
Molto brevemente, le chiedo quando possiamo vederci.
Perché dovremmo, mi chiede.
Perché tu hai delle cose da dirmi, e io ho un quaderno da leggere.
Dice che non ha niente da dirmi.
Allora ce l’ho io qualcosa da dirti.
Aggiunge che nel quaderno ha solo qualche parola, ma io faccio bene a non crederle.
Mi gioco la carta del «Mi hai lasciato al telefono, Eliana, credo tu me lo debba».
Infine acconsente, ma non mi dà un giorno.

Un giorno di inizio maggio le chiedo: «Ti va se domattina vengo da te?»
Ci accordiamo per le 16:00 e io vedo un ottimo segno nel fatto che non abbia obiettato al vederci a casa sua.

Cazzo, sono preparatissimo. Mi vesto appropriatamente. Porto l’accendino che mi ha regalato. Ho tutto un discorso in testa.

I discorsi non funzionano mai.
>> Num. 25320 SAGE! quick reply
Audio 150263712122.mp3 - (7.39MB - 206 kbps - 44.1 kHz , Follow_Me.mp3 ) Durata: 5:01
25320
Sono le due e mezza di notte del 7 Maggio, casco dal sonno e domani dovrò alzarmi presto. Ma, più di tutto, mi fa male scrivere. Sto scrivendo malissimo ché ogni due minuti devo fermarmi e allontanarmi da questi pensieri.
E, al contempo, voglio fissare tutto su carta stanotte.

Il mio timore era che avesse su quell’aria stanca, fredda e pragmatica. Mi ha fatto entrare e aveva quell’aria stanca, fredda e pragmatica.

Calze nere, gonna corta nera, maglia nera su vestito a righe rossastre. È appena tornata. S’è solo infilata due grosse pantofole a stivaletto da femmina: rosse a pois bianchi.

Le ho chiesto del nuovo lavoro, mi sono impappinato cinque volte cercando di chiudere la sigaretta, avevo la gola secca, mi sono scottato la lingua col caffè.

«Non noti niente di diverso?» mi ha inquisito mentr’era spalle al muro. L’ho scrutata senza notare niente, e lei s’è detta molto delusa. Soluzione: s’è fatta togliere il neo che aveva dietro la schiena.
Come cazzo avrei potuto vederlo? Era pure nascosto dalla maglia.

Mi ha chiesto come siano andate le mie cose. Ho minimizzato le tragedie del progetto al casolare, e le ho mentito dicendo che di un esame stavo ancora aspettando i risultati.
Non voglio sappia che, da quando m’ha lasciato, la mia vita è andata a rotoli.

Ci siamo spostati nella sua stanza, e la gola era davvero secca.

Lei si fingeva sbrigativa. Era molto credibile. Affermava di non aver niente da dire.
Ho tentennato, poi son partito col mio discorsetto. Ma lei aveva da ridire, assecondare o puntualizzare, quindi non m’ha lasciato parlare. E tutto s’è depotenziato.
Qualche bel momento però è uscito fuori mentre fissavo il soffitto, steso sul suo letto.

Poi cercavo una vicinanza alla quale lei non si opponeva. Ma che non si concretizzava.
E lei poi coi suoi discorsi pragmatici e le categorizzazioni da psicologa. La concretezza.
Le ho chiesto di dirmi negli occhi «È finita.» Lei non ha esitato.
Ora, se fosse stata una pellicola americana, avrei dovuto farglielo ripetere ancora e ancora, e farmi sempre più vicino sino a baciarla. Ma aveva un viso di pietra.

Mi ha messo in mano il quadernetto che le ho regalato a Natale. C’erano scritte una ventina di pagine.
Mi hanno fatto malissimo.
Come vorrei averne una copia.
Le ho lette troppo avidamente e non le ricordo quanto vorrei.
Oh, la confusione. Oh la conflittualità. Oh, la prevedibile, fondamentale, insormontabile differenza d’età.
C’era una pagina in cui l’unica frase era «Mi manchi». È stata una mazzata.
Quando l’ho affrontata sulle emozioni che lì dentro manifestava ma che non lasciava vivere di persona, ha replicato che quelle parole non furono scritte con l’intenzione che io le leggessi.
È una scusa talmente assurda che non ho risposto.

Aveva smesso di scrivere da tre mesi, perché lo faceva solo per me, ma aveva aggiunto qualcosa che portava la data di ieri.
Diceva la paura del ritorno di un’ossessione; diceva che quando pensava a me perdeva ogni controllo; diceva, infine, c’è bisogno di concretezza.

Eccola davanti a me, la concretezza di lei. E io inadeguato. Mi pare strano leggere quando lei è a venti centimetri da me e le cose potrebbe dirmele.
La concretezza.

Dice che sono più maturo di quanto si aspettasse. Ci vedo una speranza. Sono stato pieno di speranze per tutto l’incontro.
Che schifo, la speranza.
Mi fa fisicamente male scrivere queste cose.

L’unica volta che mi ha pensato in questi tre mesi, racconta, è stata nell’unica uscita che ha avuto con un tizio, a Febbraio. Era andata alla mostra di Helmut Newton. Ne avevo visto i manifesti in giro per la città e ne ero stato singolarmente attratto, ma non avrei saputo dirne il perché. Ora lo so: le venni in mente perché anch’io la fotografavo con occhi simili, dice. Che alcune foto non riusciva a guardarle.
Poi il cretino che era con lei si permise di dire che «aveva l’hobby della reflex» e «poi te le faccio anch’io le fotografie».
«Immagino che in quel momento ci fosse un piccolo Anon fantasma a galleggiare sopra di voi e decretare la fine di quell’appuntamento.»
«Esattamente così.»
Ce l’aveva avuto già, uno che le faceva le foto.

È inconcepibile pensare che quella mente e quel corpo mi sono preclusi in maniera tanto diversa dal nostro ultimo incontro, e che in maniera tanto diversa reagiscono al mio tocco.
Dio, quanto mi manca.
È accanto a me e mi manca da impazzire.

Io sostengo che abbiamo ancora tanto da dirci, che potremmo ancora stare assieme. Lei non è d’accordo. Trova magagne nel mio parlare che io non capisco.

Un’ultima sigaretta.

Lei ha esperienza del lasciare le persone.

È seduta sulla poltrona, le gambe unite gettate sopra il bracciolo, quelle pantofole ridicole. Il volto duro come una matrona inarrivabile. È questa l’immagine che avrò di lei per sempre.
Anche quando mi chino a prenderle ancora una volta la mano e per la prima volta lei me la stringe. C’è quasi commozione sul suo volto. Sussurrando, le chiedo un bacio, prima di andarmene. Lei sorride. Le prendo il viso
«Non ho detto di sì.»
«Me ne vado davvero.»
«Non è quello, è che…»
La bacio.
C’è moltissima tenerezza, e moltissima reticenza. Dura a lungo, e finisce troppo presto.
Di fretta, prendo le mie cose e imbocco l’uscio.

Lei mi apre la porta. Guardo la casa, misuro gli scalini, non vedrò più niente di tutto questo.

Le si chiude la porta alle spalle: è rimasta chiusa fuori. Poco male, fra una decina di minuti tornerà suo padre. Questo contrattempo ci regala altri trenta secondi.
«Sono un’imbecille» fa ironicamente.
La abbraccio e lei ricambia.
«Volevo che fossi la mia imbecille.»
«Sono comunque un’imbecille.» risponde perché non sa cosa dire. E poi, a mezza bocca, di sfuggita, le ultime parole che mi dice Eliana Medici sono «Ora vai.»
Do una pacca in testa al cane. Quanto fui contento quando smise di abbaiarmi contro e iniziò a riconoscermi. «Salutami i gatti.»
Poi salgo in macchina, le sfilo davanti casa, e lei già non c’è.

Mi ha lasciato definitivamente: le invio un’altra volta il disegno, una canzone, e una frase di otto parole.
Venti minuti dopo, appaiono le ultime due cose della nostra conversazione:
«Certo che lo so.»
Donna infamissima che mi ha lasciato al BlueMonday cleared your nickname.
>> Num. 25321 SAGE! quick reply
Secondo dopoguerra

Non capisco come facciano le persone a lasciarsi.
Comunque la si giri, è quantomeno l’ammissione di un grosso errore di giudizio. Dev’essere questa la vita sentimentale di un uomo? Una serie di tentativi sino a trovare la donna che si sarà rivelata sbagliata solo dopo il matrimonio?
Porto nel cuore donne che non mi hanno mai dato niente, e voglio continuare a farlo. Non m’interessa vivere l’amore come in una cazzo di sitcom.
Amore, poi. Io ed Eliana non ci siamo mai amati. Immagino che dramma sarà quando mi lascerà una donna con cui sarà andata diversamente.
Eh no cara, non puoi lasciarmi! Mi hai detto «Ti amo» quattro mesi e dodici giorni fa, è tutto scritto nel mio resoconto autisticamente dettagliato!

Cosa me ne farò di tutto quello che ho imparato su di lei? Di quello che le ho insegnato su di me?
Dovrò ripetere tutto daccapo quando incontrerò una nuova donna?

Non l’ho più sentita.
Zuckerberg continua a tenermela in alto nella lista dei contatti; si vede che lui ci crede ancora nella nostra storia. O magari gli piace vedermi patire e mi schiaffa in primo piano tutte le fotografie allegre che pubblica e i commenti civettuoli che si scambia con un certo musicista barbuto. Mi ha assicurato di non aver avuto altre frequentazioni al di fuori del poveretto con la reflex, ma il suo baloccarsi con questo stronzo non me la conta giusta.
Ovviamente, continuo a ripetermi che la cosa non ha più importanza. Debbo mettermi l’anima in pace e scendere a patti con l’idea che molto presto la vedrò accompagnarsi a un trentenne alto e mesomorfo.

Quelle gambe nude io le conosco. Ci sono passate le mie mani e la mia bocca. Sono state dedicate a me e a nessun altro sul pianeta.
È come un cameriere che ti porta via un piatto consumato a metà. Come lasciare il liceo e non poter più visitare stanze che conosci a menadito.

Sono tornato a essere NEET.
La cosa peggiore che potesse capitarmi. Ho galleggiato in questo vuoto, considerando quanto non mi sentissi più adeguato alla vita di prima. Come Harry Potter che torna a casa per l’Estate.
Nessuno studio da portare avanti, nessun lavoro da svolgere, nessun amico dal quale tornare.
Solo le piccole velleità idiote di un giovane che si è lasciato scappare la cosa migliore che gli fosse capitata.
È il circolo vizioso che conosciamo tutti: uno non fa esperienze al liceo perché è nato anon. Meno esperienza uno ha, più è difficile trovarsi una donna. E senza una donna non si può fare esperienza.
Quando in questo uroboro irrompe un miracolo, e te ne affibbia una, costei è scandalizzata dalla tua incompetenza –e al primo ciclo preso storto, magari intristito da un BlueMonday™ e da un periodo difficile, ti lascia.
Proprio all’inizio dell’anno, per iniziare una picchiata decisa e senza indugi verso la meschinità.
Ma nel 2016 ho avuto le rose, e non ho chiesto scusa a nessuno.
>> Num. 25322 SAGE! quick reply
Me ne sono andato per un po’ in montagna, a pensare le cose da un’altra prospettiva.
Tutto sommato, io ed Eliana non avremmo potuto stare insieme a lungo.
Non mantenne nessuna delle sue promesse: per dirne una, mi assicurò che mi avrebbe permesso di sborrarle sugli occhiali, qualora avessi imparato a darle un orgasmo clitorideo. Quando divenni pure molto bravo, si tirò indietro a bella posta.
Mi propinava di questi tiri mancini come se dovesse costantemente farmela pagare per qualcosa, ristabilire un equilibrio. Mi ossessionava col suo «senso d’inferiorità» nei miei confronti, con quanto la ridicolizzassi essendo io il più maturo e adulto dei due. Non riusciva a godersi la musica che le passavo perché, in fin dei conti, le ricordava che superintelligentone fossi a conoscere altra roba fuori dal pop mainstream.
La sua finale affermazione di un bisogno di concretezza non è stata altro che la vittoria nella guerra, sempre consumatasi in sottofondo, fra la sua mente e il suo cuore. Perché è una psicologa. Perché è rinchiusa nella sua testa. Perché se s’invaghisce di un ragazzo i cui documenti dicono che ha sei anni di meno, le sue certezze crollano.

Ed era pur sempre il tipo che un giorno mi ha scritto un SMS:
Apri Cancerbook
(perché mi aveva visto usare InMyWords per Chrome, dove ho trasformato “Facebook“ in “Cancerbook”, “selfie” in “cagatone”, “Renzi” in “Topolino” e “nn” in “non so scrivere”, ndr)
vado al computer e nella chat mi trovo la foto di un test di gravidanza positivo.

Ho sempre tenuto in conto questa possibilità dietro ogni amplesso considerando che, se sono abbastanza grande per scopare, lo sono altrettanto per prendermi le mie responsabilità. Inoltre, ho visto troppe volte Locke e Filumena Marturano per non pensare che «I figli so’ figli.»
Ciò non toglie che ho preso uno spavento che m’ha tolto dieci anni di vita, e solo perché Eliana non aveva giustamente trovato modo migliore, per farmi sapere che sarebbe diventata zia, che rigirarmi la fotografia inviatale da sua cognata –ovviamente senza alcuna precisazione.
Non si era minimamente resa conto del possibile fraintendimento.

Quindi me ne stetti un po’ a uvavolpare, poi scesi a valle e presi un treno per tornare in città. È strano sapere che c’è qualcuno, al mondo, la cui idea di incrociarlo per strada ti terrorizza.
Sul vagone semideserto, ho raccolto il coraggio per mezz’ora prima di tentare una conversazione con la ragazza seduta nella fila accanto. È andata bene sinché non mi son reso conto che, semplicemente, non avevo niente da dirle. L’ho salutata cortesemente e sono tornato al mio posto. Lei era forse un po’ stranita.

Non appena m’ero abituato alla solitudine, e accettato che forse un po’ di NEETitudine m’avrebbe fatto bene, ne sono stato strappato via.
Mi hanno offerto di lavorare come operatore in un ciclo d’interviste a un vecchio personaggio pubblico.

Quindi una mattina di fine Maggio mi sono alzato presto e mi ha colto l’inspiegabile ghiribizzo di prendere la metropolitana.
Sonnolento e assorto sulla scala mobile, pensando che non prendevo quel treno da molto tempo, forse dal liceo, mi è passata davanti Alice.
L’ho amata di un amore devastante e non corrisposto.

Mi è sfilata, senza fermarsi, a trenta centimetri dal viso. Mi ha rivolto la minima occhiata che si rivolge a coloro che quasi si urtano passando, e niente di più.
Io l’ho riconosciuta subito. Fortuna che avevo ancora gli occhiali da sole: avrò strabuzzato gli occhi con aria buffissima.
Sono quindi rimasto imbambolato a fissarle la schiena per una decina di secondi, prima di decidermi a correrle dietro per porre rimedio al fatto che lei, sicuramente sovrappensiero, non mi avrà notato. Il giorno prima avevo anche tagliati i capelli corti, è comprensibile.

È andata sulla banchina opposta.
Mi son quindi cercato la panchina direttamente dirimpetto alla sua, mi son seduto togliendo gli occhiali da sole, l’ho guardata e ho sfoderato un sorriso smagliante.
Non ha reagito.

Le sono stato seduto davanti per venti minuti, e il grande amore della mia vita non mi ha riconosciuto.
Deve aver pensato che ero solo un tipo inquietante, tanto preso dalla sua pelle bianchissima, le labbra rosse, i capelli rigogliosi e scuri, da non poter fare a meno di fissarla. Deve aver cercato riparo studiando con esagerata minuzia, a capo chino, il foglietto che aveva in mano; sempre più disagiata dal mio sguardo sul quale pian piano il sorriso forzato lasciava posto all’orrore.
Perché quel ragazzo in giacca e cravatta mi fissa stravolto a bocca aperta?

È assolutamente impossibile che mi abbia riconosciuto e volesse evitarmi.
Se fossi andato a parlarle, se domattina le telefonassi, lei saprebbe esattamente chi sono e mi tratterebbe come un vecchio amico. Ma lì, a quindici metri, in quella distanza grigia in cui le persone sono riconoscibili dalla corporatura e da certe indicibilità dei movimenti, Alice non ha visto in me il ragazzo che moriva per lei.

Mi sforzo di leggerla in chiave positiva: ora sono più maturo, ripulito e baldo rispetto ai tempi del liceo. Vesto meglio. Sono più sicuro di me.
Ma non riesco a convincermi di questa lettura ottimistica.

Quando ho raggiunto il regista e lui mi ha visto sconvolto, ha scherzato dicendo che è stato un segno –e lo credo. Se avessi tardato di un minuto per il treno, magari decidendo di mettere il profumo sul quale ho poi deciso di glissare, se avessi preso la solita strada, o se non mi fossi inspiegabilmente voltato sulle scale mobili, tutto questo non sarebbe successo.
Quello ha insistito che il significato della cosa è “lasciarsi il passato alle spalle”, e in effetti non vedo come possa avere torto.
Pure se diventassi una persona cento volte migliore, Alice mi ha conosciuto troppo bene in un periodo troppo cruciale della mia vita. Non è un caso che ben pochi amori sboccino sui banchi di scuola.
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Intermezzo

In Giugno, ho fatto dei sogni. In uno di questi c’era una ragazza che non conosco, la quale a Maggio disse d’aver fatto su di me «un sogno lewd». Raccontò che non avevo volto ma molta lingua, e che s’è svegliata tutta sudata.
Sono stato contento d’averla sognata.
Non avrebbe senso riportare qui il mio sogno, ma c’è da dire che era ambientato nell’acqua.
Questo già è strano, ché sono otto anni che non vado al mare, se si esclude l’unico bagno fatto un anno fa, il giorno prima di perdere la verginità.
C’è questo singolare rapporto con l’acqua, con l’atto dell’immergersi in essa come nella femminilità, questo –come lo definì Luigi– atto psicomagico.

Mi sono svegliato, e quel giorno mia madre ha espresso il desiderio di passare qualche giorno di fine Luglio nella località di mare dove, da bambini, mi portava con mio fratello e i miei cugini.
>> Num. 25324 SAGE! quick reply
  Rettificare il passato a colpi di cazzo

Una settimana prima di partire, finì il primo ciclo di interviste. A un paio di queste avevano partecipato anche alcuni parenti dell’intervistato, e a sera mi trovai su Facebook una richiesta d’amicizia da parte della pronipote chubba ma cogli occhi belli.
Sono rimasto sinceramente stupito.
Per un po’ ho creduto che avesse secondi fini: che fosse stata incaricata dalla famiglia di tener d’occhio quelli che ronzavano attorno al nonno facendo domande, ma la realtà si è rivelata drasticamente semplice. Mi ha trovato attraente, e ha quindi prestato orecchio agli sceneggiatori che mi chiamavano per nome e al regista che mi chiamava per cognome.
Ho dato un calcio all’etica professionale e l’ho incontrata due giorni prima di partire.
Ho provato a darmi una lista di ragioni: sicuramente m’intriga l’idea di passare da una femmina magrissima a una quantomeno giunonica, per non parlare della proverbiale concupiscenza delle ragazze in carne. Certo ha un viso carino, ma più di tutto ho creduto che anon mi avrebbe ucciso se avessi sdegnato un’occasione del genere.

Al bar, presto mi è stato chiaro il problema: è una ragazza tremendamente banale.
Non una gran sorpresa; da quando ho iniziato a parlare con le femmine, ho scoperto che molto poche di loro hanno qualcosa da dire o sono in grado di farsi elicitare alcunché. Eliana aveva dalla sua la sicumera dell’età e del mestiere di psicologa: parlare con lei era stimolante, quasi avvincente, anche se lei non sarebbe contenta di sentirmelo dire. Esperienze come questa, comunque, mi permettono solo ora di capire quanto sia stato fortunato con lei.
Questa nipote, come tante altre, non sa far altro che ridere alle mie battute senza aggiungere niente, raccontarmi dei romanzi che ha letto o delle avventure vissute cogli amichetti. Non è un dialogo: è una serie di monologhi alternati.
Ricordo qualche momento soddisfacente del nostro incontro, ma ognuno di questi era separato da lunghi silenzii imbarazzanti, rotti da domande che non interessavano davvero.
Continuo a non capire come sia spuntata una simile iniziativa in una ragazza che persiste a sembrarmi timida, morigerata e di buona famiglia.
È pure più grande di quello che sembra: in realtà è appena maggiorenne, e quando l’ho realizzato sono andato in panico; ho scoperto di non essere mai stato il più anziano di una comitiva –fosse anche composta da due persone. Sono l’ultimo di quindici cugini, sono cresciuto per forza di cose in fretta e mi è sempre tornato naturale infilarmi nei gruppi dei ragazzi più grandi. Per questo mi trovavo tanto a mio agio con Eliana.
Le darò almeno un’altra possibilità quando sarò tornato dai quattro giorni di mare.

Sono decisamente più un tipo da montagna, ma stavolta c’è un forte, quasi esclusivo, valore nostalgico. Manco dai quei luoghi da quasi un decennio, e ci ho passato ogni estate dai quattro anni in poi.
L’altro valore è che mi sono stati mandati dei sogni. Devo seguire l’acqua. E voglio chiudere questa storia con un lieto fine.


Primo giorno

Da bambino, il viaggio in macchina mi pareva infinito. Stavolta arriviamo a destinazione prima che io sia psicologicamente preparato a rivedere quei luoghi.

È come tornare ad Anor Londo in Dark Souls III: vorrei poter dire che non sembra passato un giorno, invece è tutto diverso. Naturalmente, a parte le palme nane e la pista ciclabile aggiunta per fregarsi i fondi europei, è tutto rimasto pressoché identico. Sono cambiato io.
Credevo che dopo l’adolescenza sarebbero finiti i momenti à la «Me lo ricordavo più grande», invece la cittadina ne è piena. L’unica cosa che ne ha guadagnato in dimensioni è la via dove eravamo soliti prendere casa: al tempo l’asfalto era tutto imbitorzito dalle radici dei pini ombrosi. Si sono liberati di quella bellezza, tagliando i pini e lasciando il cielo sguarnito.

Sono rimaste cose più sottili: il banchetto dei libri, il profumo dolcissimo dei gelsomini con quello velenoso ma romantico degli oleandri, una crepa nel muro: tornavamo a casa ed eravamo cinque cugini che litigavano per chi doveva fare prima la doccia, per non perdersi Tom & Jerry su Rai 2. Brutti giorni il martedì, il giovedì e il sabato! C’era il maledetto Lotto alle Otto, e trasmettevano solo metà dei cartoni.

Posiamo i bagagli in albergo e scendiamo subito in spiaggia.
Nonostante abbia la pelle dura e facile all’abbronzatura, prendere colore mi pare volgare. Mi riempio di crema protezione 50, quella per i neonati, e tuttavia arriverò alla fine dei quattro giorni con uno scolorimento sul polso, dove indosso un bracciale in pelle.
Il direttore dello stabilimento ci riconosce, e non l’avrei creduto.
L’odore di riviste e bibite.
La sensazione della sabbia sotto i piedi.
Come facevo a non notare i culi?
La spiaggia al tramonto.
Il bodysurfing con mio fratello.
È qui che a undici anni mi ruppi il naso, quando un’onda mi lanciò contro la fronte di mio padre.
Salii sulla rena grondando muco e sangue. Nascondendomi il viso, mi avvicinai a delle signorotte borghesi. «Scusate, signore, mi sono rotto il naso. Avreste un fazzoletto?»
Sento ancora i loro strepiti da galline.

Accade una cosa prevedibile, ma che non avrei voluto: incontriamo degli amici di famiglia.
Ci siamo conosciuti perché, quando avevo dieci anni, m’ero preso una cotta per una ragazza col costume bianco e nero. Credevo sarebbe rimasta la solita ammirazione a distanza, ma un giorno ci venne vicino: ero estasiato.
Aveva l’età di mio fratello, e fu la sua prima ragazza.
Ne morii per tutte le Estati a seguire.
Aveva una sorella minore, di un anno più piccola di me, con un bel nome da mitologia greca: Nausicaa. Non era neanche lontanamente sveglia come la sorella, ma molto più zoccola. Si ripassò (come può fare una preadolescente) ciascuno dei miei cugini e degli occasionali amici in visita. Non c’è bisogno di dirlo, ma in tutti quegli anni io fui l’unico a rimanere costantemente escluso e a becco asciutto.

Quest’anno la sorellona è all’estero, ma ci viene incontro Nausicaa. È diventata la definizione perfetta di malafaccia: il corpo di Emily Ratajkowski, persino più magra e popputa, ma la faccia di Andy Serkis.
Ripulito, /fit/ e con la barba, non mi riconosce subito. Sta accadendo così spesso che dovrei prenderlo come un rinforzo positivo.
Quindi Odisseo si alza dall’acqua e decide di scoparsi Nausicaa.

No no no, chi me lo fa fare? Anche lei mi conosce troppo bene. Mi ha visto idiota, brufoloso e coi capelli lunghi, a parlare di cose che non capivo nel fallimentare tentativo di impressionare la gente.
E poi, come si potrebbe? Fra le due famiglie riunite, e la stanza condivisa con mio fratello, non ci sono gli spazii e i tempi.

Nausicaa torna con noi in albergo, per seguirci a cena, e fa la scemotta. Le apro la porta a torso nudo e lei scherza civettuola sui miei addominali. Cerco di spiegarle che li ha visti anche venti minuti prima in spiaggia, ed è solo questione di contesto, ma sono parole al vento.
Non riesco a togliermi dalla testa In the Aeroplane over the Sea, e lo canticchio a ripetizione, mentre Nausicaa prende delle scuse per affacciarsi in bagno mentre mi asciugo i capelli, e mi tira delle occhiate. Richiude la porta dietro di sé, e io mi fisso allo specchio: cosa farebbe l’Anon che voglio diventare?
>> Num. 25325 SAGE! quick reply
Siamo seduti a cena e chiacchieriamo.
Dal mio posto a capotavola, sfioro intenzionalmente la gamba nuda di Nausicaa con la mia. Non reagisce.
Poi le tocco appena la mano nel mezzo della conversazione. Ancora niente.
Tento il tutto per tutto e, sotto il tavolo, le allungo la mano sulla coscia. Più di una volta. Mi sto mettendo in un brutto pasticcio, dal quale non si torna indietro.
Dal suo viso non traspare alcuna emozione, ma stavolta è un segno positivo: la mia autorità scivola così in alto sulla gamba di lei, che è impossibile l’abbia ignorata.
Torno alla forchetta e al coltello. Quando ho finito, di nascosto, il ginocchio di lei cerca le mie nocche. Riaffioro a vezzeggiarla, piano, mentre disinvoltamente discuto coi commensali borghesi sull’interpretazione femminista di Christine de Pizan. Mi prendo il mio tempo, la stuzzico, faccio su e giù colla punta dei polpastrelli. La palpo colle mani forti. Nessuno si accorge di niente.
Nemmeno quando le dita le premono sulle mutandine e lei soffoca un gemito. Sento l’assenza di peli attraverso il tessuto sottile.

Ci alziamo da tavola. Passo per il bagno, a lavarmi le mani e a impiegare venti minuti per pisciare verso il basso.
Torno allo specchio.
È questo che sono diventato? Un giggino che agisce senza paura e si prende ciò che vuole? Uno di quegli esseri spregevoli che io, fantolino, capivo stessero conducendo una conversazione nascosta con le donne al tavolo, ma non avrei saputo dir quale?
Forse la differenza è che io devo rimuginarci, mentre a loro viene naturale.

Usciamo per una passeggiata. Nausicaa è stupida come una zappa e, più di ogni altra cosa, è incapace della minima discrezione. Abbiamo subito concordato, senza parlarne, di tenere la cosa nascosta. Ma lei continua a strusciarsi addosso anche quando faccio il fottuto giro del marciapiede per mettere mio fratello fra noi due. Naturalmente, non le nego pacche sul culo e strusciate di cazzo appena gli altri ci danno le spalle, ma dovremmo “salvare le apparenze”: anche se mio fratello non è uno scemo e ha capito tutto, si dovrebbe tenere la cosa poco evidente e permettere a tutti di far finta di niente.

Che luoghi sono questi? Non ricordo tutti questi giovani.
Chi ha allargato le strettoie? Chi ha tappato il cannone nella piazza del mercato? A farsi le fotografie sulla statua del cavallo non c’è più un ragazzino cogli occhiali tondi, ma un giovanotto con le mani nella marmellata.

A fine serata, stanco di cercare invano la distanza, lascio che Nausicaa mi abbracci e cammini con la testa reclinata sulla mia spalla. Io ne approfitto per metterle la mano nel culo. Non c’è assolutamente niente di romantico, in tutto questo, e non ne voglio.
Le spiego che domani posso attardarmi a dormire, e le propongo di darmi la sveglia in albergo.
Dopodomani, ribatte lei.

Appena chiusa la porta della stanza, mio fratello mi canzona «Hai fatto colpo, eh?».
Se un tipo discreto come lui si è allargato a fare commenti sarcastici, vuol dire che la cosa sta assumendo proporzioni indesiderate.
Vado a letto inquieto.


Secondo giorno

Prima di andare in spiaggia, corro a comprare dei preservativi. Non ci sono i soliti Durex, quindi controllo il millimetraggio di ogni pacchetto; quello più adatto è di una sottomarca esageratamente titolata EXTRA LARGE a caratteri cubitali. La farmacista evita accuratamente il mio sguardo. Lavorando in una città vacanziera, ci sarà abituata.
Raggiungo gli altri in spiaggia. Vorrei evitare di stare solo con Nausicaa, ma lei mi sta appiccicata. Facciamo il bagno assieme e, nonostante per tutto il tempo sia tenuta a galla dalla mia erezione e io abbia modo di baciarle i seni enormi, dopo due minuti già si dice infreddolita ed esce dall’acqua.
Poco dopo, torna a casa.
Ci diamo appuntamento per la sera.

Sono piuttosto ringalluzzito, e prima di lasciare lo stabilimento saluto una ragazza. La vedevo ogni anno, un paio di ombrelloni più avanti, magra e bionda e bellissima, ma non ho mai trovato il coraggio di dirle niente. Poi l’ho veduta al liceo, al mio stesso anno ma in un’altra sezione. Mai avuto l’ardimento di spiccicare verbo e raccontarle di questa incredibile coincidenza.
Sta sola a pettinarsi i capelli davanti allo specchio.
«Lidia, vero?»
Si volta, sorpresa.
«Sì?»
«Eri nella F.»
«Sì.»
Scopro che il fronte non è bello quanto il suo profilo. Siccome non m’aveva mai guardato, non potevo saperlo.
«Io nella A.»
«Ooh. Vieni anche tu al lido?»
Mi squadra dal petto alle anche.
«Ci venivo da bambino.»
Lei sorride. Io comincio a sudare freddo.
«Noo dai, io vengo qui tutti gli anni! Non ti ho mai visto! Che fatti assurdi!»
Le assicuro che è stato un piacere, e mi dileguo.
Vorrei che il me dodicenne fosse qui a vedermi.

Mi vesto carino e lascio l’albergo. Nausicaa avvisa mio fratello, su Whatsapp, che staserà non ci sarà. Ci vediamo domani in spiaggia, dice.
Aspetto un poco e le scrivo un paio di SMS chiedendole di confermare il nostro incontro dell’indomani mattina. Non mi risponde.
Mi faccio nervoso e non mi godo appieno la serata.
>> Num. 25326 SAGE! quick reply
Terzo giorno

Sveglia alle sette per fare un giro in bicicletta. Una brutta storia di prestiti e debiti. Nausicaa ancora non si fa sentire. Malumore.
Rientriamo in albergo, la chiamo due volte, il telefono è spento. Mi do del coglione per aver avuto delle speranze. Mi chiedo se sono stato stronzo a salutare Lidia, fottendomi il karma o cose del genere. Come se un vero vitafag se ne fregasse qualcosa, del karma. Ho pure buttato i soldi per i preservativi.

Che schifo la strada, che schifo il puzzo salmastro, che schifo tutto.
Valuto l’idea di restare in albergo. Neanche mi sento bene: la cena mi è rimasta sullo stomaco.
Mi attardo, poi raggiungo gli altri sotto l’ombrellone.

Appena mi sono svestito, Nausicaa mi telefona.
Mi spiega che, semplicemente, il cellulare non prende da casa sua. Penso che sia una deficiente a non essersi fatta sentire in qualche modo, ma comunque metto su un sorriso cattivo e le vado incontro.
Dato che nessuno l’ha vista arrivare, le intimo di fare marcia indietro e di aspettarmi fuori.
Io avviso i miei famigliari che non mi sento bene, e me ne torno in albergo.
E davvero in albergo vado. A passo svelto.


Sono ancora virtualmente agli inizii, ma mi sto facendo persuaso che una buona esperienza sessuale non dipenda minimamente dall’avvenenza dei partecipanti. Ci vuole soprattutto l’intelligenza di capire i momenti, le situazioni, di saper creare la toccante tensione e distinguerla dall’accumulo di stress fossile. Ecco, in quella stanza d’albergo mancava del tutto la tensione.
Non chiedo l’imbarazzo poetico che c’era fra me ed Eliana la nostra prima volta, ma quantomeno il chiudere la bocca ogni tanto, e dare un minimo di senso a tappe come togliersi i vestiti.
Non fraintendetemi: sono contentissimo di quest’avventura e di ciò che ha significato, ma le mie donne le sceglierò in altro modo.

Siedo sul bordo del letto; le cerco i glutei da sotto il vestito leggero come l’aria. Lei se lo sfila dalla testa, poi slaccia il pezzo superiore del bikini. Da come compie il gesto, si capisce che è una costrizione della quale non vede abitualmente l’ora di disfarsi.
Mi siede a cavalcioni. Si strofina contro la mia erezione mentre io le afferro e bacio i capezzoli chiarissimi.
L’ho sempre creduto, ma ora posso affermarlo con coscienza di causa: non mi piacciono le tette grandi. Sono una fastidiosa distrazione, sono un ingombro, sono esose: sui seni piccoli anche una singola, precisa carezza può elicitare una reazione. Per queste, invece, pare che niente sia mai abbastanza. Puoi strofinarle, morderle, leccarle o schiaffeggiarle: ti fisseranno mastodontiche, sollevando un sopracciglio e chiedendo «Tutto qui?»
Naturalmente, vuole sapere delle mie donne. Devo cominciare ad aspettarmi questa domanda in tutti i miei incontri futuri.
Dapprima non crede di essere la seconda, poi si bea di potermi «insegnare qualcosa».
Non ci provare nemmeno, penso, e la sollevo di peso lanciandola sul letto. Non ci vuole granché forza: avrà il 50% del grasso corporeo nelle tette. Lei strilla e ciarla.
Le stuzzico un po’ la pelle fra la coscia e il costume poi, per farla tacere, glielo sfilo. «È che quando lo faccio penso sempre ad altro.»
Seh, come no.
La fica è banalmente bella, proporzionata e completamente rasata. Non sono un fan di questo stile.
La bacio dolcemente, ma lei è più interessata a vedermi nudo.
Mi sfilo il costume e lei da subito mi vezzeggia il cazzo, raccontandomi di quanto sia più grosso di quello del suo ultimo ragazzo. Devo cominciare ad aspettarmi anche questo tipo di commenti.
Saltella, si allontana, mi si siede in faccia. Sembra indecisa. Non vuole baci sulle labbra.
Vuole sapere che cosa siamo, quindi suggerisce “scopamici”. Assentisco, ma è un paradigma al quale non ho mai creduto. Da un lato, perché non potrei scoparmi un’amica mantenendo il distacco. Dall’altro, se c’è distacco (come in questo caso) allora non siamo amici.
Le squilla il cellulare: sua madre, inviperita, le chiede dove sia.
E Nausicaa, fra tutte le miriadi di possibili scuse, ragioni e racconti che avrebbe potuto tirare fuori, sceglie: «Sono in giro con Anon.»
Facciapalmo così forte da togliermi l’abbronzatura.
Attacca il telefono e rindossa il costume. Mi sembra ovvio. Alle troiette di questo genere piace, più del godere dell’altra persona, l’eccitare e bearsi di essere desiderate.
«Se adesso ti rivesti, ti uccido.» Le scandisco col cazzo che punta al soffitto.
«Devo darti una mano con quello?» fa indicandomelo.
Annuisco, greve.
Mi viene vicino e, siccome m’è presto chiara la sua mancanza d’iniziativa, prendo in mano la situazione.
«Se ti togli il reggiseno, mi faccio passare uno sfizio.»
Capisce tutto e, con aria di chi la sa lunga, si stende sul letto. Le monto sopra e devo chiaramente spiegarle che, con un cazzo fra le tette, non è il momento buono di iniziare a fare la preziosa.
Mi stringe l’uccello fra le mammelle e la sensazione non è così lussuosa come vorrebbero farci credere: la superficie è grande, piatta e uniforme, laddove la chiave del piacere è nell’asimmetria.
Dondolo i fianchi arrivandole col glande fin sulle labbra. Con qualche colpo secco, le vengo sul petto, sul collo, sulle spalle. Mi lecca via giocosamente l’ultima goccia, e si rialza.

Ci sciacquiamo di fretta. Le è arrivato persino dietro la schiena, e non capisco come sia possibile.
Devo arrotolarmi la sigaretta in strada, dove scopriamo che ne ha anche fra i capelli.
Le ripropongo, per la prossima volta, di far godere fisicamente anche lei; mi risponde che non è così importante, che per le donne è diverso.
Sul set di quale porno scadente sono finito?

Raggiungiamo gli altri in spiaggia. Io penso quarantanove.
In tutta franchezza, quando penserò a Nausicaa, non potrò aggiungere «me la sono scopata». Ma nel computo di tutti i miei amplessi ho deciso di seguire la regola che «In compagnia, ogni sborrata è una scopata.» Quindi, quarantanove.

Il cinquanta arriva alle sei di pomeriggio.
Già c’eravamo concordati sul cercare un momento per tornare in albergo o chiuderci in una cabina. Ho optato per quest’ultima soluzione, sia per l’immediatezza sia per il gusto dell’ambientazione.
Ma Nausicaa continuava a star seduta a giocare a carte con mio fratello, perché conosceva il gioco e continuava a vincere.
Le ho dovuto scrivere un SMS:
È francamente imbarazzante che tu preferisca il Machiavelli al sesso.
E questo finalmente le ha fatto alzare il culo e siamo andati a fare una doccia.
Suggerisco che la sua voluttà egocentrica sia egualmente appagata dal vincere a carte e dal farsi sborrare addosso.
>> Num. 25327 SAGE! quick reply
Anche stavolta abbiamo ristrettezza di tempi.
Ci spogliamo senza tante cerimonie e cerchiamo una posizione comoda. Lei mi impedisce di fare fotografie, e io non ho voglia di mettermi a discutere. La sollevo per i fianchi e la metto a sedere sul fasciatoio. Le divarico le gambe e m’inginocchio.
Lei continua a dimostrare di non sapere cosa sia la discrezione: fra gli urletti e il continuo torrente di parole, non ci vorrà molto perché ci scoprano.
Riesco a silenziarla quando aggiungo due dita alla linguaccia, per sentirla stretta e calda. Allora lei rompe in un gemito, poi il silenzio. Mi fissa, assorta.
«Non è strano?» mi chiede.
Alzo lo sguardo e capisco: sta cercando, nel tipetto abbronzato coi baffi sul suo monte di Venere, il piccoletto nerd senza speranza.
Stringe le gambe, mi scavalca e scende dal fasciatoio. Capisco che abbia delle reticenze a che io le dia piacere. Le suggerisco un rapporto completo, ma ribatte che non si può perché «non abbiamo una relazione». Sarà il suo modo di scendere a patti colla coscienza.
Quindi mi metto io seduto comodo, e lei mi manovra senza fretta il cazzo. Nemmeno può prenderlo in bocca, perché l’apparecchio mi graffia e punge. Perciò lo spinge, lo tira, lo lecca. A volte si prende delle libertà e io lolwutto sonoramente:
«Ma che cazzo stai facendo?»
«Al mio ragazzo piaceva.»
Ci stava soffiando sopra come fosse una girandola. Ho dovuto spiegarle che, se non è umido, è soltanto la cosa più ridicola del mondo.
Discutiamo su dove sia consono che io venga. Polemiche sterili, ché quando accelera il movimento, e io scendo per starle accanto in piedi afferrandole il culo, ne fiotta un po’ ovunque.
Ci rivestiamo.
Lei esce prima di me e la sento dire qualcosa. Fuori c’è una ragazzina che si stringe nell’asciugamano, e chiede sommessamente se la cabina è libera. La lascio entrare, basito: da quanto tempo è lì? Se non è andata in uno degli altri trenta spogliatoi, dev’essere per forza perché ci ha sentiti, ed è voluta rimanere per morbosa curiosità.
Cosa sono diventato.

Nausicaa torna a casa, e io resto con mio fratello.
Ci stendiamo ognuno col suo libro. Non mi concentro sulla carta per più di qualche minuto: il mare scintillante, più azzurro del cielo, e le nuvole cotonate che scivolano dietro il promontorio continuano ad attirare il mio sguardo, tanto che chiudo il libro e mi lascio andare al piacere della contemplazione.
Sono contento. Compiaciuto.

Prima di andarcene, vado sulla riva ad ammirare l’ultimo tramonto marittimo. Passo un’auricolare a mio fratello e ascoltiamo assieme Time dalla OST di Inception, mentre le nuvole si tingono di viola e i gabbiani cavalcano le correnti.

Usciamo la sera, e ho un dolore che da sotto lo sterno si propaga a sinistra, salendo verso la sezione superiore del rectus abdominis. Non dipende dalla cena: è muscolare. Devo aver assunto una posizione scorretta durante lo sforzo.
Nausicaa ci raggiunge, malvestita, e vuole prendermi in disparte per dirsi molto preoccupata: i suoi genitori han capito che c’è stato qualcosa. Chissà di chi è la colpa, penso io.
Sono arrivati a chiederle se «abbiamo usato precauzioni» e lei «Noo, ma che avete capito… abbiamo solo cazzeggiato…».
Tutte queste chiacchiere noiose mi scivolano addosso: sono troppo rilassato e svuotato. Onestamente, non me ne frega un cazzo.
Ciondolo per la strada, ogni tanto piegandomi in due dalle fitte al petto.
Assistiamo a una conferenza e ancora Nausicaa vuole tenermi la testa sulla spalla. Sono scostante. Tediato dalla sua totale assenza di personalità.
Mi ricordo di quando vedevo un belloccio, con una femmina sdilinquitagli addosso, e lui a non degnarla di uno sguardo. All’epoca provavo un’invidia cocente e un senso d’ingiustizia –con quale coraggio maltratta una ragazza per la quale io ucciderei?
Oggi capisco che non è questione di coraggio, ma di sopportazione. Chi ha il pane non ha i denti, immagino.

Da un lato, non vorrei sbattere troppo la cosa in faccia a mio fratello e farlo sentire escluso; dall’altro, io sono stato il terzo incomodo per anni. Che le parti si invertano per una sera, sarebbe solo equo.
Tuttavia, non calco troppo la mano. Eliana diceva sempre che «l’errore dell’altro non giustifica il nostro.»
Per di più, so per certo che mio fratello non prese mai più di qualche bacio.

Ho la gola riarsa e ancora fitte al petto. Mi chino per bere acqua fresca dalla fontanella, e vomito un poco. Non ho bevuto un goccio di alcol né mangiato pesante. Non ho nausea e mi sento bene. Sembra che il corpo non mi appartenga.
Faccio presente la cosa a mia madre, mentre ordino un gelato menta fiordilatte e fragola (tricolore!). Lei, preoccupata, suggerisce: «Devi aver fatto un movimento strano. Avrai usato un muscolo che non adoperi di solito.»
Nausicaa contiene a stento il risolino.

Il padre di lei passa a prenderla, e ci stringiamo la mano come sempre. Fa ostentatamente finta di niente.

Mi addormento come un bambino.
>> Num. 25328 SAGE! quick reply
Quarto giorno

Lasciamo l’albergo.
Passiamo un’ultima volta dalla spiaggia. Il mare s’è fatto di giorno in giorno più mosso. Oggi è indicibilmente agitato, e solo pochi arditi osano avventurarsi fra le onde. Più di una volta, una lavatrice mi sbatte contro il fondo sabbioso. L’acqua passa oltre e non se ne frega un cazzo di te.

Faccio in modo di non restare mai solo con Nausicaa. Davanti a tutti, non cedo alle sue moine. Quasi la snobbo.
Non per cattiveria: è che, sapendo quanto manchino gli spazii e i tempi per un terzo incontro, non voglio che riesca a eccitarmi e riuscire quindi a mandarmi a casa, nonostante tutto, insoddisfatto.
Lei non si fa smontare, e persiste nel ronzarmi attorno.
La sua concezione di “riservatezza” è chinarsi all’orecchio in bella vista, sussurrare qualcosa come «Ho dovuto lavare il portatessera» e poi ritrarsi nascondendo colla mano lo sghignazzo infantile.

A pranzo, mentre all’apparenza coltiviamo indifferenza, ci scambiamo messaggi particolarmente sconci. Mai scritto niente di tanto spinto ed esplicito a una donna. È più ironico di quanto Nausicaa si renda conto.

Mi accompagna mentre mi godo la sigaretta del dopo pranzo. Siamo soli, e ci tiene a farmi sapere che non indossa biancheria intima.
Mi seggo su una savonarola. Lei mi si accomoda in grembo e mi strofina platealmente gli shorts sul pube, del tutto incurante della famigliola a pochi metri da noi, cercando l’erezione che io continuo a spostare.
Le apro discretamente la zip e instrado le dita, ma la mancanza di peli pubici mi disorienta. Che moda fastidiosa.
Scelgo quindi la strada più nascosta, accomodandomi la mano fra le cosce e lasciando che Nausicaa vi si sieda sopra. Scosto il tessuto e gestisco tutto coi polpastrelli. Lei reagisce muovendosi di conseguenza, e io mi sembro un burattinaio.
Mi chiede per l’ennesima volta se proprio non c’è modo di organizzare un terzo round, e per l’ennesima volta, a malincuore, la riporto alla realtà che non è proprio possibile.
Mi ripromette che presto passerà per la mia città.
Ne sarei contento, ma lei è inaffidabile e non le credo. Faccio bene.
Ci alziamo e ci apparecchiamo ai saluti.

Ripulisco i mocassini dalla sabbia con l’aiuto del compressore. Dieci anni fa vi gonfiavamo il canotto giallo, quello dal quale mi sbalzò l’onda che mi ruppe il naso. Poi venne una notte di tempesta e il canotto volò via.
Accanto alla pompa c’è una milfona che ammonisce pigramente due bambini minuscoli, senza staccare l’occhio dal furbofono. Mi lascia passare e poi mi dà le spalle.
Mi sento particolarmente audace e, rinfilati i mocassini, senza esitare sparo un getto d’aria compressa dritto fra le chiappe della piacente signora.
Faccio subito seguire un «Pardon!», ma lei si volta e mi sorride con chiarissima malizia «Oh no, anzi, è un po’ d’aria… Fa caldo!» e torna al suo furbofono.
Non è stato chissà quale exploit, ma ho la salda convinzione che, se ci avessi provato poco più di un anno fa, quella avrebbe reagito molto peggio.

Nell’andare verso l’automobile, incrociamo l’anziana signora che per parecchi anni fu nostra vicina d’ombrellone. È contenta di vederci.
Le chiedo di suo marito, che speravo di rincontrare, ma mi rivela che è morto a Febbraio. Mi dispiace sinceramente.

Partiamo.
Fisso il paesaggio costiero che poeticamente mi sfila dal finestrino.
Chi l’avrebbe detto che sarebbe andata così? Come è stato possibile?
Sono soddisfatto. Più che delle (pseudo)scopate in sé, dei loro significati metafisici.
La mia seconda donna.
La differenza fra uno e due è quasi importante come quella fra zero e uno. Significa che non è stato un miracolo, ma il primo atto di un qualcosa destinato ad avere seguito.
Un’avventura quasi utilitaristica: non mi trovo a spendere pensieri per la mia compagna di questi giorni. Con Nausicaa non ho condiviso niente al di là del corpo.
Sono stati amplessi mondani, pastorali; devono essere così le avventure sabatine che poi i miei colleghi raccontano ingigantendole e drammatizzandole. Sto diventando come loro? Ne dubito. È vero che il mio racconto ha perso poesia di paragrafo in paragrafo, ma rabbrividisco al pensiero di ritrovarmi, a un anno da oggi, in una discoteca. Non è così che voglio diventare. L’Anon che perse la verginità ascoltando chiocciare le galline aveva certe nozioni più chiare di me, ma gli mancava molto. Il lavoro sta tutto nell’operare una sintesi: unire il Bianco e il Nero per distillarne il Rosso.
A saltellare di Nausicaa in Nausicaa non ci sarebbe niente di memorabile; se non ci fosse stato il senso della nostalgia e della reminiscenza, non l’avrei neanche avvicinata: non è il mio tipo di donna. Che figo, adesso posso cominciare ad avere un “tipo di donna”.
L’obbiettivo, adesso, è trovarne una che sappia di cosa parlo.

Adesso so che posso sborrare addosso a una femmina senza invaghirmene. Avevo sempre avuto il dubbio che di Eliana fossi stato solo un succube della sua attenzione; che non mi piacesse davvero, ma ne fossi attratto di riflesso.
Ancora una realizzazione che getta luce su quanto era prezioso quello che avevamo, e che io non potevo cogliere.
>> Num. 25329 quick reply
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Epilogo

Torno in città.

Ho incontrato altre due volte la nipote dell’intervistato. È andata meglio, se non altro perché ora potevamo interrompere i silenzii rifacendoci a precedenti conversazioni, ma mi ha rivelato che non ha mai avuto un ragazzo. Niente di niente.
Ne sono stato sinceramente stupito. Non credevo esistesse una diciottenne ancora PURRA in questa citta. È per via del suo peso? No, non è onestamente definibile grassa. Ed è pure carina e gentile. Timida, è vero, ma capace di slanci come avvicinarsi a me.
Questa rivelazione mi ha angustiato. Ora che so benissimo quanto siano importanti le prime volte e le prime aperture, sento la responsabilità di tutta la futura vita sentimentale di questa persona. Per quanto mi intrighi la prospettiva di prendere un fiore non colto, devo tener presenti i miei limiti: lei non mi piace e non voglio una relazione con lei. Non posso toglierle la verginità e gettarla via come uno straccio.

Resto qui da solo, ad aspettare la fine dell’Estate. Vivo col ventilatore attaccato addosso. Passeggio per la città deserta. Cucino e tengo la casa in ordine.
Ogni tanto penso ancora a Eliana. Soprattutto nei termini di quella gelosia inutile.
Lei berrà lo sperma di qualcun altro.
Il dolore arriva a ondate.
Qualche volta la sogno, ma non in modo piacevole.
Chissà se la rivedrò mai. Chissà se le persone riescono davvero a uscire dalle vite degli altri. È uno stimolo a essere migliori di sé.
Mi passerà. Mi sono passate cose peggiori. E, non appena metterò il punto finale a queste pagine, so che farò un grosso passo avanti.



Dovrei partire per la montagna, ma voglio restare qui a scrivere.
Sono felice dell’esistenza di questo thread. Mi sorprende sempre quanto il portare su carta metta pace nell’anima. Anche se non mi leggerete, siete stati il destinatario ideale a cui rivolgermi, e per questo vi voglio bene e vi ringrazio.
Mi avete tenuto coi piedi per terra qualunque cosa accadesse; non mi avete fatto dimenticare chi sono e mi avete permesso di portare sempre con me questo angolino umano di cui nessuno sa niente. Vi voglio bene davvero.

Vorrei potervi dire «E questo è tutto», ma ho imparato che non è mai tutto. Che la fine non esiste, e prima o poi qualcosa accadrà. Che la somma di tutte le storie del mondo non può comprendere l’avverbio più fondamentale del pensiero: domani.
Nel bene e nel male.

Ancora grazie.
>> Num. 25330 quick reply
Che tutto cio' sia vero o no, che sia come Manuel Fantoni in Borotalco, non importa molto. Una buona storia e' una buona storia, a prescindere dal fatto che sia vera o falsa.

E alla fine, non me lo dire, non penso che mi interessi qualcosa.
>> Num. 25331 quick reply
File 150264963417.jpg - (710.16KB , 3973x2885 , Regali.jpg )
25331
Ho dimenticato di postare anche questi.
Sono gli incartamenti dei due regali: compleanno 2015 e Natale 2016.

Giusto perché questo filo è sin dall'inizio un po' /art/.
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