-  [WT]  [Home] [Manage]

[Indietro]
Modalità post: Risposta
Name
Email b i u s sp
Soggetto   (risposta a 4262)
Messaggio
File
URL File
Embed  
Password  (per cancellare post e file)
  • Tipi di file supportati: GIF, JPG, MP3, PNG, SWF, WEBM
  • Massima dimensione del file 8000 KB.
  • Le immagini più grandi di 250x250 pixel saranno ridimensionate.
  • Ci sono 635 post unici. Vedi catalogo

  • Blotter aggiornato il: 2017-10-11 Vedi/Nascondi Vedi Tutti

File 154105030455.jpg - (34.03KB , 439x697 , Géricault - ultimo autoritratto prima di morire.jpg )
4262 Num. 4262
Stavo per ammazzarmi quando hanno bussato alla porta.
Ho tenuto gli occhi chiusi, perché era questo a darmi il coraggio, e ho valutato per un istante se saltare lo stesso.
Se bussano ancora, vado ad aprire mi sono proposto, ma già mi rendevo conto che, chi volevo prendere in giro, in testa mi girava soltanto lei ed ero certo che fosse lei alla porta.
Erano gli occhi chiusi a darmi il coraggio, e giuro che avrei saltato, ma adesso l’obiettivo era l’opposto e aprirli avrebbe potuto farmi perdere l’equilibrio. A tentoni, ho trovato lo stipite della finestra e mi sono accovacciato avvitandomi pianin pianino. Se si fosse affacciata la signora di sotto, ho pensato, avrebbe creduto le stessi cacando in testa. E visto che tutto è perduto, tanto varrebbe farlo davvero e togliermi lo sfizio.
Ho camminato giù dal tavolo, evitando accuratamente il cellulare ancora aperto sul messaggio di lei. E lungo il corridoio ho ragionato che, dopotutto, non avrebbe avuto senso che mi scrivesse quel che mi ha scritto, e cinque minuti dopo venisse a bussarmi alla porta. Mi sono comunque pettinato i capelli allo specchio dell’ingresso –avevo l’impressione che dietro l’uscio ci fosse davvero qualcosa di insensato e senza precedenti.
Ho tratto un respiro. Ho messo su il sorriso sornione che mi ero allenato a sfoderare qualora l’avessi mai incrociata per strada, e ho aperto la porta.
Lì c’era me stesso.

Ho subito pensato a quando ti vedi in fotografia e ti pari strano, ché sei abituato a guardarti allo specchio e non ti ritrovi subito nella vera asimmetria.
Quindi, mi sono chiesto come dev'essere stata per lui quella breve attesa dopo aver suonato il campanello. Carica di tensione d’imbarazzo, suppongo.
Io come avrei reagito? Perché non c’era nessun dubbio, ne ero certo, ero davvero io. Non un sosia, non uno scherzo, non un’allucinazione. Il mio doppio che è venuto a trovarmi.
Gli stessi vestiti, gli stessi capelli, soltanto un’ombra sul viso come di chi è stato in guerra.
Siamo stati a guardarci senza dire una parola. Era un po’ imbarazzato, si dondolava sui piedi come chi sta aspettando che lo lasci passare.
Dal canto mio, avevo già dovuto accettare l’idea di togliermi la vita –quest’altra novità non era niente da mandare giù. Ho lasciato sedimentarmi in faccia le rughe di rassegnazione, mi sono scostato, e ho fatto entrare l’Altro in casa.

«Vuoi un caffè?» La mia voce è risuonata gracchiante e atona, dopo il silenzio.
«Sì grazie» ha risposto semplicemente, sedendosi sul tavolo della cucina come faccio sempre io. Adesso capisco perché papà mi dice sempre di scendere. Da qui le vedo, le gambe piegate del tavolo.
Ho faticato per accendere il fornello. Lunghi minuti di silenzio. Quelle due frasette non erano bastate a rompere il ghiaccio, e ora dovevamo rifare tutto daccapo.
«Hai pensato anche tu al fatto delle fotografie e degli specchi?» mi ha chiesto l’Altro in quello che, a quanto pare, è il mio tono di voce quando voglio mettere qualcuno a proprio agio.
Ho annuito e lui ha fatto lo stesso, come gli avessi confermato un sospetto e allora avanti, possiamo cominciare.
«Questo significa», ho esordito, «che passeremo tutto il tempo a pensare la stessa cosa e accavallarci?»
Ha scosso la testa sorridendo. «No, no. C’è una differenza fra me e te.» Ma non ha detto quale.
La sua voce, c’era da aspettarselo, era strana. «Come quando la ascolti registrata e ti sembri un imbecille» ho concluso il pensiero ad alta voce.
E di colpo si è aperto uno di quei momenti sottili, che si hanno coi vecchi amici o coi fratelli, nei quali gli sguardi si trovano e accendono una risata –che non viene da nulla che è stato detto, ma da una qualche sciocchezza che si potrebbe dire. Qui sarebbe stata qualcosa sulle righe del darsi dell’imbecille a vicenda e a se stessi e a tutti e due, una cosa troppo ingarbugliata per dirla davvero, e abbiamo riso.
Abbiamo sghignazzato con le tazzine in mano, e il caffè bollente che ci colava sulle dita aggiungeva del ridicolo a tutta quella situazione buffa, abbiamo dato un gridolino di dolore identico e quando ce ne siamo accorti abbiamo riso ancora più forte.
Ho spedito la tazzina sul lavello, mandandola affanculo col braccio, e l’Altro ha dato un colpo di mascella che è diventato l’ultimo eco della nostra risata –quando diventano quell’ “eeeeah” prolungato nel silenzio impacciato della conversazione.
Mi sono affondato le mani nei capelli.
«Che cazzo di casino.»
>> Num. 4263 SAGE! quick reply
Siamo andati nella mia stanza. La finestra ancora aperta mi ha ricordato l’emozione intensissima che mi sovrastava un milione di anni prima. Adesso era puerile, secondaria.
Mi sono reso conto che l’imbecille ero io, a non essermi subito chiesto se l’Altro non si fosse presentato apposta un attimo prima dell’insano gesto. E non, che so, mentre stavo mangiando o masturbandomi.
Spalle alla finestra, ho lasciato che sedesse alla mia scrivania. Ho posto la domanda:
«Perché?»
Mi ha squadrato a lungo, palesemente valutando quanto fosse appropriato rispondermi sinceramente.
«Che ti frega del perché? Un minuto fa stavi per ammazzarti.»
«Magari non l’ho fatto perché aspettavo te.»
«Magari sono arrivato a darti una spintarella.»
«Allora non stai facendo un gran lavoro.»
«Be’, tu non sei più sul davanzale.»
A parlargli c’era qualcosa, un puzzo metafisico di bruciato. Non lo avvertivo con il naso: era più il ricordo di un odore di fuliggine. Aumentava la diffidenza; avrei potuto conversarci, ma non avrei mai colto l’occasione di guardare un film col mio clone, giocarci ai videogiochi o sperimentarci bizzarrie sessuali.
Mi sono lasciato affondare nel letto. L’Altro continuava a fissarmi placido, gli avambracci sulle ginocchia, come aspettasse la domanda giusta. Iniziava a irritarmi.
«Sai che buffo se fossi arrivato mentre…»
«…Mentre ti facevi una sega, sì», mi ha interrotto. «L’ho pensato anch’io.»
«E allora vedi che ci accavalliamo, però?» Ho sbottato.
«No, no, è che è normale pensarci. Ti ricordi quella volta del terremoto?»
«Ah, oddio, sì. Cosa dicemmo? “Il terremoto arriva mentre stai per”…»
«No, no, era “Quando arriva il terremoto, mi afferro subito l’uccello. La mano trema automaticamente. Sento che è come fare sesso con la Terra. E la paura svanisce.”»
Ho riso della mia stessa battuta.
«Aaah, vero. Dio, quanto tempo è passato. Come fai a ricordartelo?»
«Risero tutti. Fu piacevole.»
All’improvviso, una botta di nostalgia mi ha riscaldato. Una vampa elettrica ha sfiorato tutti gli organi interni prima di essere tolta dall’Altro che ha aggiunto:
«Non potevo arrivare in un altro momento. Sono soltanto te, venti minuti nel futuro.»

Ragionavo steso sul letto, come dallo psicologo.
Non più febbrile, agitato, a odiare appassionatamente il mondo oltre la finestra che viaggiava indifferente al mio dolore –ma di una calma concentrata, consapevole, come se avessimo tutto il tempo del mondo.
Congetture su linee temporali. Marty McFly che torna indietro nel tempo a permettere la propria nascita; l’Altro che torna indietro per impedirmi di togliergli l’esistenza.
«Non hai pensato», ha iniziato, forse geloso della mia flemma, «che non è la prima volta?
«Non serve sporgersi sull’abisso per incontrarlo. Come toro sudato, come ragazza di cui innamorarsi sul treno, come infinita rete neurale dell’internet, non hai mai riconosciuto te stesso reso perfetto.»
Adesso mi parla come un dio.
Ho intrecciato le mani sul petto, e ho esitato:
«Mi fai paura. Come quel senso d’infinito che…»
Ho deglutito. Ho preso a parlare:
«Da bambino, in macchina, sul sedile posteriore. Mi sedevo sempre a destra. Dal finestrino sfilavano le case, gli alberi, le altre automobili. Immaginavo sempre ci fosse un omino che saltellava sugli edifici, che dondolava dai lampioni, che correva superando agilmente gli ostacoli alla mia stessa velocità. Abilissimo, non cadeva mai. Avrei voluto essere come lui.
«Ma di notte era buio e l’omino, pure se c’era, non lo vedevo. Faceva freddo, fuori. Tirava vento e nelle ombre poteva esserci qualunque cosa. Mi sedevo a destra, e così mi giravo e sapevo che al volante c’era papà, e lui teneva davanti a sé la luce dei fari. Non si guardava mai indietro. Il mio finestrino era sempre buio, ma ci si rifletteva dentro la spia del cruscotto. Rossa, minuscola, fissa. Passava sull’oscurità come un raggio laser, un piccolo scudo sulla porta del mondo sconosciuto. Un cosmo gelido, alieno, al quale io non appartenevo.
«Però dentro la macchina ero al sicuro. Nel tepore accogliente, tutto saldo e illuminato, papà non sbagliava mai strada. Mi avrebbe riportato sempre a casa. E allora in quel calore dormivo, e sognavo l’infinito.»
Mentre davo la mia confessione, cominciava il tramonto.
L’Altro aveva la faccia incendiata dai raggi del Sole basso, e sorrideva.
>> Num. 4264 SAGE! quick reply
Tutto sommato, è stato come avere a casa un compagno di scuola. Uno che conosci bene, che deve fare il tuo stesso compito, e che hai sempre l’impressione che sappia qualcosa che tu non sai.
Mi ha aiutato a lavare i piatti e sistemare la cucina.
Gli ho chiesto se si fermava a cena, e stavamo ridacchiando su come l’unica cosa rimasta nel congelatore fossero le polpette del discount che fanno schifo a entrambi, quando mi è vibrato il cellulare.
Ho trasalito, e lui mi ha letto in viso la speranza miserabile. Era solo una notifica inutile. Mi sono rabbuiato.
Ho preso a maneggiare i coltelli più lentamente.
Dopotutto, che differenza fa che lui sia qui o no? Non riuscirebbe a fermarmi.
In testa si agitano i pensieri neri, e chi ti è accanto non se ne accorge mai.
A meno che non sia tu stesso.
Si è seduto di nuovo sul tavolo; si è schiarito la voce e ha raccontato:
«Uno vorrebbe morire. Ma bisogna fare una buona morte, e una buona morte richiede una vita piena per essere costruita. Mishima ha ripetuto che viviamo in un’epoca in cui non esiste morte eroica. Lui ha tentato di costruirsi la sua e forse ha fallito. Ha arringato dal balcone la folla che gli urlava: “Cretino scendi”, mentre gli elicotteri coprivano le sue parole. Nessuno di quelli a cui si rivolgeva si è unito a lui. Poi ha concluso con una delle frasi più belle mai pronunciate in tutta la storia del mondo: “Noi oggi testimonieremo l’esistenza di un valore più alto dell’attaccamento alla vita”, è entrato dentro e ha commesso seppuku a quarantacinque anni. Un atto fulgidissimo. Morita, il suo primo allievo, doveva tagliargli la testa, ma ha sbagliato due volte prima di essere sostituito. Per la vergogna, subito dopo, si è ammazzato anche lui. C’è da chiedersi quali siano stati gli ultimi pensieri di Yukio Mishima, mentre colpo dopo colpo sentiva il fallimento del suo disegno. Tutta una vita passata a raccontare l’eleganza di un atto perfetto, e morire così, in un gesto anacronistico che non viene fuori eroico ma goffo, pretenzioso e ridicolo.»
Gli ho risposto senza mollare il coltello:
«Non è vero che non si può, accade tutti i giorni. Solo non a noi. Se fossimo fortunati, l’occasione di una buona morte ci verrebbe da sé. Passeggiando sul pontile, vedremmo un bambino che cade in acqua. Ci tufferemmo, lo salveremmo, moriremmo annegati. Non è l’Orlando, ma ci metterei la firma. Una buona morte come questa riscatterebbe anche la vita più misera.»
«E invece la buona sorte non arriva.»
Era così quieto che mi esasperava. Gli agitavo il coltello contro per provocare una reazione.
«Già! Ed è questa la prova che Dio non esiste, che non c’è un destino. Certo, potrei pensare che non arriva solo perché non la desidero abbastanza ardentemente. Dovrei dunque credere che tutti quelli che sono morti salvando bambini lo agognavano già da prima? Passeggiavano sul pontile ogni giorno, pregando Dio che un bambino a caso cadesse in acqua perché loro potessero avere un bell’epitaffio? No, hanno solo avuto fortuna. Io non l’ho avuta. Non posso neanche morire come si deve. È questo che mi deprime e allora dico va bene, tanto vale morire in un modo qualsiasi e farlo subito. Non c’è via d’uscita!»
Ho lanciato il coltello per terra e lui non s’è mosso. Mi sentivo un adolescente patetico, messo in ridicolo da un adulto altero. Se neanche con me stesso riesco a stare a mio agio, a che vale?
L’Altro è sceso cheto dal tavolo, attento a non rompere il silenzio che amplificava la mia vergogna. Ha raccolto il coltello e l’ha messo a posto. Mi è venuto di fronte.
«Forse Dio ha altri metodi», ha detto.
Ed è saltata la corrente.
>> Num. 4265 SAGE! quick reply
«Ho freddo.»
Lo sentivo davanti a me, nel buio, ma non mi rispondeva.
Ho pregato che i miei occhi si abituassero presto all’oscurità perché volevo vedere.
«Ho freddo», ho ripetuto battendo i denti. I contorni flebili dell’Altro sono apparsi nella luce gelida della Luna. A ogni millimetro che la mia pupilla si dilatava guadagnavo centimetri di luce sulla pelle della sua faccia, e il ritmo di ombre che mi rivelavano era orrendo e vivido.
Una volta, da ragazzo, mi sono fatto una canna e ho guardato nello specchio a luci spente e ci ho visto un mostro. Adesso il viso dell’Altro era un concerto di fantasmagorie morte, come se cento demoni stessero lottando per affacciarsi tutti assieme sul suo volto. Aveva gli occhi bucati, e un rossore viscido gli colava nel ghigno aperto, nero e disumano.
«Certo che hai freddo.» La sua voce era perfettamente normale e questo mi torceva le viscere. «Hai avuto freddo per tutta la vita.»
Mi ha preso i polsi e questa è stata la prima volta che mi ha toccato. Sembrava ghiaccio e non vedevo niente ed ero certo che mi stesse strappando via le mani. Ho sentito le ossa scricchiolare e cambiare posizione.
Sono caduto in ginocchio, e ho percepito il cervello oscillare e urtare contro le pareti del cranio. Battevo i denti così forte che li ho sentiti staccarsi tutti; ma la mascella non si fermava e li ho masticati confusamente come sassolini, infilzandomeli nella lingua che si è gonfiata e questo finalmente mi ha fermato la bocca.
L’Altro mi ha lasciato e non ho visto dove andava.
«Resta qui», ha detto, e la sua voce non aveva direzione.
Non riuscivo a capire in che posizione ero, se in piedi o a terra; il corpo non aveva confini e nessuna sua parte rispondeva a un ordine centrale. Le dita si scambiavano di posto e i capelli mi rientravano nella testa.
Non c’era nulla, se non la voce nella mia mente che chiamava se stessa e si chiedeva che cazzo stesse succedendo. Ed ero così spaventato che non so come potessi restare ancora convinto che quello fossi io, e che quel che mi diceva significasse qualcosa di buono. Ma ho preso a ripetermi ossessivamente l’unica cosa che avevo, le due parole che mi ha dato. Resta qui. Resta qui. Resta qui. Piagnucolandole come fossero una preghiera, e l’ultimo appiglio che mi avrebbe impedito di cadere nel nero.
Resta qui. Resta qui. Resta qui. Io resto qui. Resto qui. Resto qui. Io resto qui. Io resto. Io sono qui. Io resto. Io sono qui. Io sono.
E come fosse stato un segnale, l’Altro ha acceso la luce.
Avevo i testicoli avvizziti. Ogni battito delle ciglia me le incollava con una pasta densa e ho lottato per tenere gli occhi aperti. Ma ero tornato.
La candela sfrigolava sul tavolo, come un altare al centro del mondo.
Vi ho avvicinate le mani e mi ci sono quasi scottato le palme. Era intimo, piacevole, ma ambiguo. La candela mi pareva bidimensionale, finta, senza senso -come un dipinto o un giocattolo. La fiamma si crollava e dimenava, ma l’unica cosa vera era la sensazione nelle mie stesse mani. Il calore era sempre stato lì; la candela serviva solo a richiamarlo. Ho allontanato le braccia e, come ero certo sarebbe accaduto, il calore è rimasto.
Ho portato le dita al petto, e mi sono dato fuoco al cuore.
>> Num. 4266 quick reply
Abbiamo fumato una sigaretta, come dopo il sesso. Ci voleva.
Sono andato a dormire quasi subito, e mi sono svegliato un minuto prima dell’alba. L’Altro era ancora lì, seduto al computer. Quando mi ha visto sveglio, ha preso una Bibbia e ha fatto finta di star leggendo il vangelo di Giovanni. Gli ho riso in faccia e gli ho tirato il cuscino.
Mi sono alzato. Fuori della finestra c’era ancora il solito mondo indifferente. Sempre freddo, ma di quello che ti fa venir voglia di uscire e giocare a palle di neve.
«Cos’hai sognato?» Mi ha chiesto di punto in bianco.
«Non lo sai?»
«Sempre quest’idea sospettosa, che io sappia tutto. No, non lo so. Me lo dici?»
«Nah, i sogni interessano solo al sognatore», mi sono stiracchiato beffardo. Ho aspettato il suo gesto canzonatorio, che indicava con un movimento secco della mano una connessione, come a dire che il sognatore era pure lui, e poi ho raccontato:
«Ho sognato che ero in macchina. Sonnecchiavo sul sedile posteriore. Fuori c’era una tempesta, ma io ero tranquillo perché guidava mio padre. A un certo punto lui ha accostato e ha detto che dovevo dargli il cambio, così senza preavviso. Sono dovuto uscire fuori nel freddo per mettermi al posto di guida, ma una volta dentro il volante era perfettamente tondo e papà non c’era più. Non avevo più sonno, adesso ero vigile, così ho guidato senza fermarmi mai; i fari erano stretti e non si vedeva niente, ma nel sogno sapevo che stavo tornando a casa.»
L’Altro mi ha guardato contento e si è alzato anchilosato dalla sedia, traendo il profondo respiro di chi si accinge ad andarsene.
«Anche tu torni a casa?» Gli ho chiesto, e tutta la contentezza gli è morta nel volto che annuiva.
Sapevo che adesso avrebbe risposto alla mia domanda. Questo aumentava il peso di ogni sillaba.
«Tu sei venuto qui e mi hai salvato», ho scandito lentamente, come potessero esserci fraintendimenti.
«Chi ha salvato te?»
E più rapida di quanto mi aspettassi, è arrivata la risposta:
«Nessuno.»
Il mondo allegro delle palle di neve si è ammutolito. Si sentiva solo il mio respiro duro, attorno alla domanda che tornava a cadere come il piombo:
«Perché?»
L’Altro ha impiegato un secolo per rispondere. Era serissimo, la pelle tesa come una pellicola sugli angoli della faccia. Stava parlando dell’Orrore.
«Nessuno mi ha salvato, e perciò sono qui. Perché io sono te, e per questo ti voglio bene. E se tu potessi risparmiare, a qualcuno che vuoi bene, anche solo venti minuti d’Inferno, non lo faresti?»
>> Num. 4267 quick reply
Non è ciò che mi aspettavo ma è molto bello comunque.
>> Num. 4268 quick reply
>>4267
Già da un poco caldeggiavo l'idea di scrivere tutto un racconto la notte del 31 Ottobre.
Quando poi qualcuno in particolare mi ha chiesto di leggere qualcosa di mio ad Ognissanti, mi è parsa una coincidenza troppo bella per disdegnarla.

Le aspettative sono un tappo al culo della vita.


Cancella post []
Password  
Segnala post
Motivo